Basilea I e II

Basilea II è un tema di grande attualità su cui si sviluppa un grande dibattito. È un aspetto fondamentale della regolamentazione che vede una base nel regime dei ratios patrimoniali. Nonostante riguardi le banche, questa normativa viene estesa anche alle assicurazioni e ad altri intermediari finanziari. Basilea è il comitato dei governatori delle principali banche centrali mondiali, che si riunisce presso la banca dei regolamenti nazionali, con sede, appunto, a Basilea (in Svizzera). Pubblica delle raccomandazioni che non hanno valore normativo, ma hanno una valenza derivante dalla presenza di questi c.d. regulator. Spesso le indicazioni sono “recepite” dalle singole nazioni. Ad oggi, Basilea I è ancora in vigore, visto che Basilea II sarà introdotta nel 2007. Riguarda i coefficienti di capitale. La logica è quella che abbiamo espresso trattando la vigilanza: garantire un minimo di adeguatezza dei mezzi propri a fronte dei rischi che le banche assumono. Gli obiettivi di Basilea I:due obiettivi fondamentali giacciono al cuore del lavoro di convergenza regolamentare. Questi sono, in primis, che il nuovo framework (struttura) dovrebbe servire a rafforzare la sanità e la stabilità del sistema internazionale delle banche; e secondariamente che il framework dovrebbe essere equo e avere un alto grado di consistenza nella sua applicazione alle banche nei diversi Paesi con un occhio di riguardo per ridurre le fonti esistenti di inequità concorrenziale  tra le banche internazionali.” Riassumendo:

  1. rafforzare la stabilità delle banche;
  2. rendere omogenee le condizioni competitive.

Le posizioni creditizie a rischio (cioè i prestiti) sono ponderate nel loro importo nominale e moltiplicate per un fattore di ponderazione (100% per le imprese private, 80% mutui, settore privato 20%, 0% titoli di Stato): così si ottengono le c.d. risk waited assets, RWA (rischio atteso ponderato). L’8% è la misura del capitale regolamentare ovvero quello obbligatorio. Con Basilea I tutti i prestiti verso il settore privato hanno la stessa ponderazione. Si deve assolvere al vincolo di normativa di vigilanza, mettendo da parte il capitale proprio, che è definito direttamente dalla normativa “patrimonio di vigilanza”. Esso è specificamente definito:

  1. TIER I: capitale azionario e riserve palesi (è il nocciolo duro)
  2. TIER II: non può essere maggiore del TIER I (al max =): riserve occulte, riserve di rivalutazione, accantonamenti generali e fondi generali per rischi su crediti, strumenti ibridi di patrimonializzazione
  3. TIER III: prestiti subordinati a copertura dei rischi di mercato, deduzioni (avviamento, investimenti in banche e società finanziarie con oggetto di consolidamento, partecipazioni di capitale di banche e società finanziarie).

Le modifiche a Basilea I

Si sono raccolte le osservazioni degli operatori e sono stati fatti dei test, provando, con delle simulazioni, ad applicare la normativa per affinare, in base al feedback, le varie versioni del documento di Basilea. Il processo con cui si è addivenuti a questa normativa è molto complesso: siamo nella logica della vigilanza market-friendly. Il processo di creazione della normativa è stato, inoltre, il più possibile collegiato: ha tenuto conto anche degli interventi via internet, per esempio. Quali sono le gravi lacune di Basilea I per cui si è resa subito necessaria la modifica?

  1. la ponderazione uguale per tutte le imprese (sia per una piccola o media impresa sia per le imprese con grande rischio, come le imprese di internet, sia per le imprese con grande solvibilità, quali enel, coca cola eccetera)
  2. non si considerano le garanzie accessorie (salvo quelle ipotecarie)
  3. non si considera la scadenza delle operazioni
  4. non si considera il grado di diversificazione del portafoglio (il rischio di credito ha componenti specifiche e di portafoglio: il rischio complessivo deriva dai fattori specifici del singolo debitore, ma anche dalle relazioni del singolo debitore con gli altri)
  5. Il regime della prima versione di Basilea era penalizzante per le piccole e medie imprese.
  6. attenzione concentrata sul rischio di credito
  7. arbitraggio regolamentare che spinge le banche a spostarsi da prestiti più sicuri a meno sicuri (meccanismo di selezione avversa)
  8. assenza di una metodologia specifica che motivi la scelta dell’8%
  9. staticità del requisito nelle diverse fasi congiunturali (se l’economia va bene o male il requisito resta uguale)
  10. inappropriato riconoscimento dei derivati sui crediti
  11. trattamento del rischio di credito distinto per banking book, trading book e derivati con conseguente distonia metodologica nel trattamento di un unico tipo di rischio (e possibilità di arbitraggio regolamentare).

Per rispondere a queste critiche, a fronte di un contesto di economia mondiale e di un sistema finanziario sempre più rischioso per colpa della globalizzazione, arriva Basilea II. Basilea II introduce il rischio operativo e riforma il rischio di credito. In questa sede, tratteremo la regolamentazione del rischio di credito. Il sistema di vigilanza non si allea solo con i mercati (puntando alla trasparenza), ma anche con la gestione: non vuole essere un mero vincolo di natura prudenziale, che limita la libertà d’azione dell’impresa, in nome di finalità di interesse pubblico superiori, bensì desidera dare un potente incentivo alle banche perché migliorino i loro sistemi di gestione del rischio. È una logica completamente nuova rispetto a Basilea I. I 3 Pilastri di Basilea II, infatti, sono:

  1. requisiti patrimoniali minimi: livelli minimi di capitale, cioè il capital ratio:
    1. migliorare l’aderenza tra rischi e capitale
    2. inserire nuove categorie di rischio
  2. la supervisione prudenziale: l’azione di vigilanza condotta dall’autority:
    1. intervenire sui contenuti minimi di capitale
    2. incentivare una gestione attiva del capitale
    3. poter valutare strumenti gestionali e di controllo
  1. il controllo e la disciplina del mercato, che si attua attraverso la trasparenza informativa.

L’innovazione di Basilea II rispetto a Basilea I è triplice:

  1. riforma i ratios del rischio di credito: la riforma del 1° pilastro di Basilea I.
  2. si introduce la logica dei 3 pilastri, in particolare il secondo ed il terzo che prima non esistevano.
  3. si introduce il rischio operativo: si disciplina questa nuova categoria di rischio che prima era ignorata.

“IL NBCA: profondità di impatti: modificherà procedure e organizzazioni interne, muterà i..tassi di trasferimento…implicherà profonde ristrutturazioni e ri-orientamenti nell’industria finanziaria mondiale. Il NBCA ridisegna il patto sulla base del binomio stabilità ed effciienza delle banche. Un patto non più basato su una meccanicistica dotazione di risorse patrimoniali e su una contrapposta separatezza tra regulators e banche. Un patto che, invece, adotta la gestione del rischio come il terreno vero della convergenza delle spinte gestionali, degli affinamenti metodologici, dei requisiti minimi da raggiungere e da migliorare tra amministratori bancari e autority”. Rainer, Masera, 2001. Sul terreno della gestione del rischio convergono sia la vigilanza sia gli sforzi interni di gestione (metodologie, strumenti e processi). NB: Il tema è il risk management: la gestione del rischio. Tale funzione è cresciuta in maniera sproporzionata. È una nuova e critica funzione della banca.

La riforma del primo pilastro

Il primo pilastro interviene, innanzitutto, sul sistema di ponderazione. La percentuale del 100% indiscriminato per le imprese private non era ragionevole. Sono ora possibili 3 modi per calcolare il requisito di capitale ai fini del 1°pilastro:

  1. standardized: le ponderazioni sono date da Basilea II e sono fisse e rigide in funzione del rating pubblico.
  2. foundation approach internal ratings based approach (sono più precisi e raffinati di quelli standard
  3. advanced apporach e sono premiati abbassando il coefficiente di capitale, a parità di rischio)

Basilea vuole stimolare le banche ad adottare metodi avanzati. Le grandi banche ovviamente sono costrette ad usare i metodi avanzati.

Metodo standard

Per esempio, se sto facendo prestito ad un’impresa tripla A, l’esposizione è 100, ma la risk waited asset è 20. Il problema italiano è che il 90% delle imprese sono piccole o medie e senza rating, quindi il loro tasso sarà il 100%. Nel metodo S&P (Standard & Poor), le imprese hanno 2 segmenti:

  • arch corporate:
    • grandi imprese
    • piccole e medie imprese: fatturato minore di 50 milioni di euro annui: hanno un regime differenziato che è loro più favorevole nei sistemi interni piuttosto che in quelli standard
  • imprese retail (dettaglio): i prestiti al consumo o micro imprese: fatturato inferiore a 5 milioni di euro ed esposizione inferiore a 1 milione di euro. Queste imprese hanno un ulteriore sconto secco (anche rispetto ai sistemi interni e rispetto alle altre imprese senza rating): la loro ponderazione non è il 100% ma il 75%.

Le agenzie di rating tengono conto dei cambiamenti della congiuntura, cioè delle aspettative per il futuro. I rating sotto la tripla B sono considerati speculative grade (cioè a livello speculativo, quindi rischiosi) e, ad esempio, le società di fondi pensioni non possono investirvi (gli altri sono investment grade).

I metodi interni: foundation ed advanced

Nei metodi interni, il rating è dato dalle imprese stesse. Alla fine del processo valutativo di istruttoria, si dà un punteggio e, in base ad esso, si stima una probabilità di default. L’autorità di vigilanza verifica soltanto che il sistema sia statisticamente accettabile.

  • Nel metodo foundation, la banca esprime solo la probabilità di default, mentre gli altri parametri li fissa Basilea.

Le variabili chiave sono:

  1. Probability of default: importo nominale a rischio, o probabilità di fallimento
  2. Maturity: la scadenza
  3. Exposure at default: esposizione al fallimento
  4. Loss given at default: quota del prestito che si perde effettivamente in caso di default. Esistono, tuttavia, garanzie e procedure concorsuali a tutela del creditore, quindi non è detto che la perdita sia totale. Nel metodo standard la loss given default è 55% (ovvero 45% va perso).
  5. Expected loss: la perdita attesa (o probabile) è = all’exposure at default che moltiplica la Probability of default che moltiplica la loss given default. In formula: EL = EAD x PD x LGD
  • Nel metodo advanced:

il sistema interno dà tutti i parametri,

che vengono immessi in una funzione matematica (un algoritmo complicatissimo),

che genera il coefficiente di ponderazione.

Applicando questo coefficiente all’importo nominale (cioè il prestito) si ottiene la risk waited asset.

Su questo rischio si applica sempre l’8%.

Ciò che cambia rispetto a Basilea I non è l’8%, ma i passaggi precedenti: la ponderazione che genera il risk waited asset. Per calcolarlo, quindi, non si prende il 100% come con Basilea I (né una percentuale del metodo standard, bensì un peso che varierà secondo una funzione continua che verrà alimentata con dati in input prodotti dal sistema interno). È una funzione molto più discriminante e sensibile al rischio. Quando l’impresa è molto solida, il capitale richiesto, secondo l’approccio foundation, è molto basso ed inferiore all’8% attuale, perché attualmente è calcolato sul 100%. È chiaro che, applicando l’approccio interno, si discriminano molto di più le imprese, comportandosi in modo più liberale nei cfr. delle imprese solide (gli si darà molto credito con poche garanzie), mentre nei cfr. delle imprese rischiose la banca farà l’opposto (gli darà poco credito e chiederà molte garanzie, oppure praticherà tassi di interesse molto alti). Il capitale regolamentare obbligatorio è un fattore produttivo tra i più costosi per la banca. È per questo maggior costo, indotto dalla regolamentazione, che si dovranno praticare tassi di interesse alti alle imprese rischiose. Riassumendo: Basilea I calcolava l’8% sull’intero capitale (100%) di tutte le imprese. Basilea II, invece, ha due metodi: uno standard e uno advanced, che si basa su tutti i parametri di cui sopra. Motivi per i quali Basilea II favorisce le piccole imprese:

  1. Le imprese piccole e medie singolarmente possono essere più rischiose, ma beneficiano di un effetto diversificazione, effetto non considerato nella prima visione di Basilea.
  2. Le piccole e medie imprese sono meno legate alla congiuntura.

È evidente che, se una piccola o media impresa ha rating bassi (è molto rischiosa), anche con tutti gli sconti possibili, risulterà più costosa per la banca (ovvero il coefficiente patrimoniale risulterà più elevato) e la banca chiuderà il rubinetto del credito o alzerà il tasso. Ma tra la piccola impresa doppia A ed una grande impresa doppia A, la prima è favorita. Ma se la piccola fosse doppia B (quindi con rating più scarso), sarebbe comunque meno agevolata. Ultima osservazione per oggi: per accettare i metodi interni di rating è richiesto alla banca il rispetto di alcuni requisiti:

  • il sistema deve fornire una valutazione distinta tra quella riferita al prenditore e quella concernente le caratteristiche dell’operazione
  • la banca deve possedere un minimo di 6-9 classi di rating per i crediti vivi e un minimo di 2 per quelli anomali
  • l’assegnazione di un rating a ciascun prenditore dovrà avvenire prima dell’erogazione del credito
  • ogni singola attribuzione di rating deve essere sottoposta a revisione indipendente o all’approvazione di personale o di unità che non siano in posizione tale da poter trarre beneficio da eventuali malversazioni o condizionamenti
  • il processo di revisione indipendente cui è sottoposto un prenditore deve essere documentato. I mutuatari dovrebbero essere sottoposti almeno annualmente a ulteriori valutazioni o revisioni da parte di unità indipendenti. Le banche dovranno prevedere un nuovo rating in presenza di informazioni nuove
  • tutti gli aspetti rilevanti del rating e della procedura di valutazione della PD devono essere approvati dal CDA e dall’alta direzione
  • il management deve assicurare una documentazione precisa su supporto cartaceo e in formato elettronico del processo di valutazione, dei criteri utilizzati e dei risultati
  • deve esistere una unità di controllo del rischio di credito indipendente, responsabile della progettazione, dell’applicazione e dell’operatività del sistema di rating
  • le banche devono raccogliere i dati sulle decisioni relative al rating, sulle serie storiche di valutazione dei debitori e sulle probabilità di insolvenza associate alle classi di rating e alle migrazioni, per accertare la capacità revisionale del sistema
  • i rating interni attribuiti e l’informazione quantitativa da essi derivata devono costituire parte integrante delle procedure di misurazione e gestione del rischio di credito e devono essere esplicitamente connessi alla valutazione interna effettuata dalla banca dell’adeguatezza patrimoniale.

Il rating interno deve essere raccordato agli altri sistemi gestionali: i meccanismi di pricing (cioè decisione in merito alla concessione del credito), di budget (obiettivi), autonomia (scalettatura) e misurazione della redditività. L’intento è chiaro: se il sistema di rating è buono, si deve usare come supporto alle decisioni. Se non lo è, e le decisioni sono prese con altri criteri, allora significa che il sistema è montato solo a fini regolamentari (per mettere da parte un po’ meno capitale, cioè a fini elusivi di vigilanza). Conclusione: “Se la vigilanza si accorge che il sistema di rating non è sfruttato ai fini gestionali, essa capirà che quel metodo non è valido, quindi non lo accetterà”. Si tratta dei “qualifying criterium”.

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