Pensioni, il divario di genere resta ampio: donne ancora penalizzate dagli assegni più bassi
Le ultime rilevazioni sul primo trimestre mostrano una distanza previdenziale che non si riduce. Tra carriere discontinue, part-time involontario e carichi di cura, le donne continuano a ricevere trattamenti mediamente inferiori rispetto agli uomini.

Il monitoraggio previdenziale relativo al primo trimestre dell’anno offre un’immagine piuttosto chiara: in Italia la differenza tra le pensioni di uomini e donne resta marcata e, in alcuni aspetti, si sta persino allargando. Dietro i numeri del sistema previdenziale emergono infatti tutte le fragilità del mercato del lavoro femminile, dalle retribuzioni più basse alla maggiore frammentazione dei percorsi professionali. Il risultato? Al momento del pensionamento, lo squilibrio accumulato lungo la vita lavorativa si traduce in assegni sensibilmente diversi.
Non si tratta di una semplice fotografia contabile, ma di un segnale sociale forte. Le prestazioni liquidate nei primi tre mesi dell’anno confermano che l’equità pensionistica è ancora lontana. E nonostante i vari interventi normativi introdotti nel tempo, il divario continua a essere alimentato da fattori strutturali che incidono sia sulla carriera sia sul montante contributivo finale. Come si arriva, allora, a una forbice così ampia?
Il quadro dei numeri: assegni più alti per gli uomini, più bassi per le donne
Secondo gli ultimi dati dell’osservatorio nazionale, nel primo trimestre sono state liquidate 211.524 nuove pensioni, con un importo medio mensile complessivo pari a 1.285 euro. Una cifra che, però, nasconde una differenza netta tra i generi. Gli uomini percepiscono in media 1.534 euro al mese, mentre le donne si fermano a 1.060 euro.
La distanza è significativa: le pensionate ricevono mediamente il 30,9% in meno rispetto ai colleghi maschi. E il dato più allarmante non è solo l’ampiezza della forbice, ma la sua evoluzione. Rispetto allo scorso anno, il divario economico è aumentato di 74 euro mensili, segno che il problema non si sta riducendo, bensì consolidando.
Perché il divario si forma: carriere discontinue, cura familiare e retribuzioni minori
Per capire le cause profonde della disparità bisogna guardare alla struttura dei percorsi lavorativi. Gli uomini risultano più frequentemente beneficiari di pensioni anticipate, una formula che premia carriere continuative, solide e meglio retribuite. Le donne, invece, sono più spesso concentrate nelle pensioni di vecchiaia ordinarie e nei trattamenti di reversibilità, che hanno mediamente importi più contenuti.
Ed è proprio qui che il sistema mostra la sua fragilità. Le pensioni di reversibilità rappresentano una tutela fondamentale per molte famiglie, ma inevitabilmente abbassano la media complessiva degli importi erogati alle donne. Non è solo una questione di accesso alle prestazioni, dunque, ma di qualità e valore economico dei trattamenti a cui si arriva.

L’effetto finale di questa dinamica è tutt’altro che marginale. Un assegno medio di 1.060 euro espone molte pensionate al rischio concreto di difficoltà economiche, soprattutto nelle aree urbane dove il costo della vita continua a crescere. Per una parte consistente della popolazione femminile, la pensione non rappresenta una garanzia di stabilità, ma una soglia appena sufficiente per mantenere un equilibrio precario.
La questione, quindi, non riguarda soltanto la differenza tra uomini e donne all’interno del sistema previdenziale. Tocca da vicino il tema della povertà in età anziana, della dipendenza economica e della capacità del welfare di proteggere chi ha avuto carriere più fragili. Se non si interviene con misure strutturali, il divario rischia di restare un indicatore persistente di disuguaglianza sociale.
