Colonie e produttori primari

Nel 1913 il reddito medio pro capite dei paesi sviluppati era 3 volte e mezzo quello del resto del mondo. Queste differenze erano il prodotto di molti fattori per esempio la limitata diffusione geografica dell’industrializzazione e la disparità dei profitti derivanti dai vantaggi che avevano i discendenti dei colonizzatori dalla bassa densità della popolazione in rapporto alle risorse naturali. Un indicatore dell’impatto delle economie avanzate sul resto del mondo fu la diffusione della ferrovia.

Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale la costruzione di ferrovie conobbe una sensibile espansione nell’America centrale e meridionale ma sopratutto in africa. Il volume degli scambi riguardanti le regioni tropicali triplicò tra il 1883 e il 1913 per effetto delle esportazioni di cotone semi oleosi cocco caffè tabacco banane e gomma. Le esportazioni dell’africa crebbero di 5 volte e mezza così come similmente accade in Thailandia africa centrale e Indocina.

Con il trattato di Shimonoseki (1895) che autorizzava gli stranieri ad aprire finanziare e amministrare fabbriche nei porti cinesi e a Hong Kong si avviò la produzione di tessuti farina cemento tabacco olio vegetale prodotti manifatturieri e fiammiferi. Fin dal 1860 a Calcutta in india erano quasi esclusivamente europei i maggiori mercanti e gli amministratori delle società di capitali costituite da ditte mercantili che seguivano la legge britannica.

A partire dal 1870 le ditte mercantili britanniche attive nei porti del brasile cominciarono ad allargare la propria gamma di attività investendo delle manifatture locali. Gli interventi urbanistici si movevano parallelamente a quelli europei. In Brasile i britannici introdussero lo sport e nel 1886 a Sao Paulo venne disputato il primo incontro di calcio brasiliano. L’apertura dei mercati era responsabile del declino delle attività artigianali locali e le importazioni dall’occidente frenavano lo sviluppo locale. Le nuove aziende agricole erano finanziate da ditte straniere e i proventi finivano perlopiù all’estero mentre le popolazioni locali videro in questo una sorta di tributo.

Lo sviluppo economico avviato dal capitale straniero che spesso finiva per accentuare le spaccature sociali innescò il nazionalismo economico. Tale controllo informale fu caratteristico dell’espansione Americana ed europea in particolare britannica nei paesi della zona temperata soprattutto l’America latina. Nel clima politico del neo imperialismo caratterizzato dalla connessione tra potere politico ed economico oltre alla colonizzazione effettiva ci fu la colonizzazione economica. Il mercato cinese in particolare fu aperto con la forza.

I Giapponesi invece decisero consapevolmente di mantenere il loro paese al di fuori del processo di penetrazione. Il Giappone si industrializzò prima del 1914. Per ragioni politiche il governo si oppose alle importazioni di ingenti capitali finanziari. Una imposta fondiaria permise di ridistribuire eccedenza agricola alle industrie. La maggiore produttività agricola permise il trasferimento di manodopera alle industrie. Nel 1905 il settore industriale moderno aveva raggiunto una dimensione sufficiente a rimpiazzare l’imposta fondiaria. La forza lavoro aveva un’istruzione superiore. Furono poste le fondamenta dell’industria pesante Giapponese attraverso il ricorso a dazi protettivi.

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