Pensioni INPS, scatta l’ultimatum del 15 settembre: cosa rischia chi non aggiorna i propri redditi

Pensioni INPS, scatta l’ultimatum del 15 settembre: cosa rischia chi non aggiorna i propri redditi

L’istituto accelera sulle verifiche delle prestazioni assistenziali e invia i solleciti: c’è tempo fino a metà settembre per evitare il blocco dei pagamenti.

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Il tempo stringe per migliaia di pensionati italiani. L’INPS ha già fatto partire una massiccia campagna di solleciti, sia in formato cartaceo sia digitale, per spingere i beneficiari ad aggiornare la propria posizione economica. C’è tempo soltanto fino al 15 settembre: chi salta l’appuntamento rischia il blocco dei pagamenti e l’obbligo di restituire le somme incassate nei mesi precedenti.

L’autunno potrebbe quindi aprirsi con un netto taglio del cedolino per chi non si mette in regola. I controlli sui sussidi legati al reddito si stanno facendo stringenti, poiché si tratta di integrazioni economiche che non spettano di diritto per sempre, ma richiedono la verifica annuale dei requisiti patrimoniali e fiscali. Se i dati non vengono trasmessi, o se non coincidono con i registri del fisco, l’ente previdenziale è pronto a intervenire.

Il meccanismo di controllo patrimoniale dell’istituto

Il nostro sistema previdenziale eroga due tipi di trattamenti: le pensioni puramente previdenziali, figlie dei contributi versati, e le prestazioni assistenziali, condizionate invece alla reale situazione economica del cittadino. Sono proprio queste ultime a finire sotto la lente d’ingrandimento. Molti assegni mensili vengono infatti incrementati da quote extra che tengono conto del reddito del pensionato e, talvolta, del coniuge.

Per fare chiarezza, l’ente previdenziale incrocia le informazioni dell’anagrafe tributaria con i propri database. Quando si riscontra l’assenza di comunicazioni obbligatorie, come il modello RED, la procedura di diffida scatta in automatico.

L’obiettivo è bloccare l’erogazione di denaro a chi potrebbe non averne più diritto. I controlli non risparmiano nessuno e possono colpire anche chi, per semplice dimenticanza, ha omesso di segnalare piccoli proventi da investimenti, rendite finanziarie, introiti immobiliari o redditi esenti da tasse che però fanno cumulo.

Cosa si rischia dopo la scadenza del 15 settembre

La data da segnare sul calendario è il 15 settembre. Entro questo limite massimo va inviata tutta la documentazione utile a sanare i periodi oggetto di verifica. Non si tratta di una scadenza flessibile, ma di un vero e proprio spartiacque per il portafogli.

Le sanzioni applicate dall’ente seguono un principio di gradualità: Primo step: se la documentazione non arriva entro i termini, viene applicata la sospensione della quota integrativa per 60 giorni. Al pensionato resta solo l’assegno base calcolato sui vecchi contributi.

Secondo step: se passano altri due mesi senza comunicazioni, la prestazione legata al reddito viene revocata definitivamente.

Terzo step: contestualmente alla revoca, l’istituto avvia il recupero delle somme erogate in eccedenza, chiedendo indietro i soldi percepiti ingiustamente a partire dall’anno in cui il reddito non è stato dichiarato.

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I trattamenti economici in pericolo e le modalità per adempiere

La lista delle prestazioni a rischio è decisamente lunga. Tra i trattamenti più esposti troviamo l’integrazione al minimo, le maggiorazioni sociali, il cosiddetto incremento al milione, ma anche la pensione di reversibilità e gli assegni ordinari di invalidità.

Mentre i primi tre strumenti servono a rimpinguare gli assegni troppo bassi di chi si trova in una condizione di fragilità economica, la reversibilità e l’invalidità seguono dinamiche diverse ma ugualmente stringenti. Nella reversibilità, i guadagni personali del coniuge superstite possono ridurre la quota spettante; nell’invalidità, pesano le capacità lavorative residue e le soglie di reddito di legge. In assenza di dati certi, l’istituto applica trattenute o azzera la prestazione in via prudenziale.

Per evitare il blocco ci sono due strade: Fai da te digitale: chi possiede un’identità digitale può trasmettere i dati in autonomia sul portale web dell’istituto usando SPID, CIE (Carta d’Identità Elettronica) o CNS (Carta Nazionale dei Servizi), compilando la domanda di ricostituzione reddituale. Assistenza guidata: chi non ha familiarità con il web può delegare l’intera pratica a un CAF o a un patronato, i cui operatori verificheranno la posizione previdenziale per inviare la dichiarazione senza errori.

In questa partita, la tempestività è l’unico modo efficace per blindare il proprio trattamento pensionistico ed evitare spiacevoli contenziosi.