Dinamiche demografiche e mutamento sociale: il ruolo dell’agricoltura

La rivoluzione demografica europea

Le dinamiche demografiche costituiscono una variabile di primaria importanza per la comprensione dei cambiamenti economici e sociali del XIX secolo su base congetturale (mancanza di indagini sistematiche).

Nel corso del secolo vi è una vera e propria rivoluzione demografica che cambia strutture e movimenti, comportamenti ed insediamenti.

L’Inghilterra ebbe un aumento della popolazione che permise di conseguenza un aumento della forza lavoro sia nelle campagne che in sistemi di putting-out. Incrementi simili si verificarono, ad esempio, nell’area austro-tedesca.

Si entrava nella fase di passaggio dal modello di antico regime alla nuova demografia.

Il primo modello era caratterizzato da un’elevata natalità e un’alta mortalità, dove ogni crescita della popolazione determinava una riduzione delle disponibilità alimentari. Furono il ritardo del matrimonio e la diffusione del nubilato a differenziare l’esperienza demografica occidentale dal resto del Mondo.

Dall’800 in poi si sostituì il modello dello sviluppo, un incremento della popolazione favorì la possibilità di espansione del sistema economico complessivo; la svolta consistette nel fatto che tale crescita non conobbe più pause o regressioni.

Alla vigilia della prima guerra mondiale l’Europa contava 480 milioni di abitanti, 3 volte la sua popolazione del 1750.

Nella prima parte del secolo erano le aree del nordovest europeo a crescere, mentre nella seconda del sud-est.

Il rallentamento del ritmo di crescita nella Francia del secondo ‘800 dipese dalla caduta più rapida del tasso di natalità.

L’Italia di fine ‘800 era caratterizzata da una crescita della popolazione su tutto il territorio. Tuttavia, corrispondevano meccanismi demografici diversi: l’Italia del nord presentava sia un basso tasso di mortalità sia di natalità, mentre quella del Sud un alto tasso di mortalità e di natalità.

Il nuovo modello demografico

Sul breve periodo si produsse una crescita dovuta al calo della mortalità più che all’aumento della fecondità. In una seconda fase l’aumento della popolazione dipese dal crescente allungamento della vita.

Mortalità e natalità mutarono strutturalmente: scomparvero le epidemie e le carestie, le difese immunitarie aumentarono.

La diminuzione di epidemie ebbe una causa primaria negli straordinari progressi della scienza medica (Jenner inventò l’antivaiolo), tuttavia non sparirono del tutto come dimostrò il colera europeo degli anni ’30.

La carestia non comparve più in Europa anche se lasciò tracce in Irlanda, dove la crisi della patata provocò la morte di oltre mezzo milione di persone. Anche il tifo regredì durante la seconda metà del secolo ed ebbe una contrazione pure la mortalità per le guerre. La natalità non doveva più colmare i vuoti demografici.

Il 1800 segnò un cambiamento fondamentale: né la fecondità, né la mortalità europee dipendevano più dalle disponibilità alimentari. Tra popolazione e risorse il feedback (ritorno) divenne positivo.

Nell’Inghilterra tra 700 e 800, l’incremento demografico e le innovazioni tecnologiche andarono di pari passo.

La rivoluzione agricola permise di produrre di più con un minore numero di addetti a vantaggio delle attività industriali e commerciali urbane. Le cadute produttive potevano essere compensate dalle importazioni.

La vita media degli occidentali salì rapidamente, naturalmente crebbe maggiormente nei paesi che beneficiavano del progresso materiale e scientifico.

In generale, mentre nel corso del XIX secolo la mortalità al di sotto del primo anno di vita non fece segnare sensibili variazioni, le fasce giovanili e centrali aumentarono in modo considerevole le loro speranze di vita.

Un altro importante elemento riguardava la distribuzione sociale della mortalità. La disparità di fronte alla morte è evidente se si confrontano le classi sociali e professionali.

All’inizio della svolta demografica lo sviluppo economico stimolò la natalità, mentre nel medio periodo la tendenza andò comunque verso un abbassamento progressivo e generale dei tassi di natalità.

Il numero dei figli venne sempre più messo in rapporto con il problema dei consumi e dello Stato sociale.

Nell’Inghilterra degli anni ’80 il tasso di fecondità era inversamente proporzionale al livello della condizione sociale.

Il modello demografico occidentale si è mostrato capace di migliorare progressivamente il rapporto tra sviluppo economico e della popolazione, contenendo le nascite in modo non traumatico.

Urbanesimo, migrazioni e colonizzazioni

L’industrializzazione procedette parallelamente con l’urbanizzazione. La ferrovia favorì uno spostamento verso gli agglomerati urbani che si riempirono di immigrati. L’urbanizzazione fu uno dei fenomeni più evidenti della trasformazione dei modi di vita.

Il fenomeno che dalla seconda metà del ‘700 interessò l’Inghilterra non aveva precedenti. Col procedere dell’industrializzazione il medesimo trend investì anche Germania e Austria.

Economie di agglomerazione ed una forte dipendenza da risorse minerarie localizzate portarono allo sviluppo di aree urbane ad alta concentrazione industriale.

Sotto la spinta dell’industrializzazione e della rivoluzione dei trasporti si svilupparono sia i piccoli centri sia le grandi città, ma soprattutto si formarono grandi metropoli.

I lavoratori trovarono impiego in nuovi settori produttivi e dovettero muoversi verso le città.

Si è sviluppato un dibattito tra la scuola marxista, capeggiata da Eric Hobsbawm, che ha messo in evidenza un deterioramento degli standard di vita nel passaggio dall’età pre-industriale a quella industriale e la scuola neo-liberista, capeggiata da Max Hartwell, che ha sottolineato un effetto positivo dell’industrializzazione ed urbanizzazione sugli standard di vita.

Il passaggio dalla società rurale ad una civiltà industriale comportò un regresso del settore primario ed un’espansione del secondario e del terziario.

Una parte del mondo rurale manteneva sotto varie forme contatti periodici con quello urbano, si trattava di migrazioni continentali e temporanee. Diverse erano le emigrazioni per sfuggire a persecuzioni religiose o forzate a causa di conflitti politici. La metà del secolo segno l’inizio della più grande migrazione di popoli nella storia.

Si verificarono in India ed in Cina, dall’Asia verso la California, furono gli Europei gli attori principali.

L’Africa subì il popolamento francese; gli inglesi, per evitare il sovraffollamento nelle prigioni modificarono la demografia dell’Australia.

Popolamenti e colonizzazioni ottocentesche segnarono il punto più alto della forza economica, politica, militare e culturale dell’occidente.

L’Europa poteva essere considerata come un insieme di aree d’espulsione e di assorbimento di popolazione.

Le migrazioni interne all’Europa si intrecciarono coi movimenti in America. Il fenomeno dominante divenne quello dell’emigrazione extracontinentale e permanente.

Molti europei emigrarono negli USA che ricevettero 2/3 degli emigranti europei oltre che in Australia, Nuova Zelanda, Canada, Brasile  e Argentina. I russi emigrarono in massa in Siberia.

La migrazione assunse dimensioni rilevanti dalla metà dell’Ottocento favorita dalla rivoluzione dei trasporti marittimi.

Il Governo inglese incoraggiò attivamente l’emigrazione. La carestia che colpì l’Irlanda provocò un flusso emigratorio dall’Isola. La crisi economica e le rivoluzioni del 1848 provocarono flussi migratori sostenuti dalla Germania, Scandinavia, ma anche dall’Europa centro meridionale. La Spagna perse un terzo dell’incremento naturale della sua popolazione a causa dell’emigrazione. L’Impero asburgico circa un sesto e l’Italia più di metà.

Le rimesse dei contadini poveri, che erano partiti, diedero un apporto determinante all’equilibrio dei conti dell’Italia con l’estero, nel cui quadro si sviluppò lo slancio verso l’industrializzazione a cavallo tra 800 e 900.

Per contro, le economie del Nuovo Mondo, ricevettero grandi vantaggi dall’esodo del Vecchio.

Più di 28 milioni di europei espatriarono negli USA. Essi contribuirono in modo decisivo all’urbanizzazione e all’industrializzazione del Paese e ne modificarono i caratteri sociali e culturali fondando comunità come Little Italy etc. che avrebbero avuto un ruolo importante nella storia nord-americana.

Il melting-pot (la mescolanza delle razze) si rivelò una delle chiavi dello sviluppo statunitense. La concentrazione di molti emigranti in settori di attività specializzate diede corpo a forme di imprenditoria etnica, rappresentata da quella italiana che avrebbe alimentato nel secondo ‘900 le reti della business comunity italiana nel mondo.

In definitiva la più importante e drammatica vicenda demografica si tramutò in fondamentale componente del cammino verso la modernizzazione.

Le trasformazioni del settore agricolo

Esse permisero di alimentare una popolazione sempre più numerosa e urbanizzata, fornirono capitale e lavoro agli altri settori dell’economia, crearono correnti di esportazione e domanda di mercato per i prodotti industriali e per i servizi.

La domanda di materie prime industriali, quali la lana ed il cotone, dalla fine dell’Ottocento crebbe meno del relativo consumo a causa dell’impiego dei sostituti sintetici. Dalle prime fasi della crescita economia la composizione dei consumi alimentari era venuta cambiando: da un dieta basata su cereali e vegetali si passò ad una dieta basata su carni e prodotti zootecnici. La produzione agricola ebbe un notevole incremento sia in virtù della crescita intensiva sia estensiva. Le bonifiche furono un esempio della differente forma di crescita estensiva dell’Europa rispetto alle aree americane o australiane, vale a dire una forma bassa sull’incremento della quantità di capitale e/o lavoro per unità di terreno.

L’aumento della produttività globale fu il risultato delle innovazioni finalizzate ad aumentare i rendimenti delle terre (land saving) e di quelle finalizzate ad aumentare la produttività del lavoro (labour saving). Essendo la terra il fattore più scarso, le prime innovazioni furono di tipo land saving. Durante la rivoluzione agraria inglese del XVIII secolo la rotazione continua venne perfezionata e si diffuse con il nome di high farming.

La rotazione continentale permise l’aumento di un terzo della superficie grazie all’eliminazione del maggese. La maggiore dotazione di bestiame aumentava anche la qualità del letame e della concimazione.

Si introdussero specie più adatte ai diversi tipi di clima e di terreni (mais, barbabietola, patata e foraggi).

Aumentarono le rese per unità di prodotto. Altra grande innovazione land saving fu l’introduzione dei prodotti chimici.

Le innovazioni labour saving consistettero innanzitutto nel perfezionamento di attrezzi in ferro (falci, aratri, trebbiatrici etc.). L’invenzione del trattore permise l’accelerazione e la diffusione della meccanizzazione agricola.

Dove la manodopera era scarsa si era spinti ad aumentare il capitale investito. Dove s’era formata una grande classe di proprietari agricoli aperti al progresso tecnico la modernizzazione progredì più rapidamente, sia che essi sfruttassero direttamente i terreni, (come la Prussia degli junker), sia affidando la produzione a fittavoli (come i landlords inglesi).

La piccola azienda contadina era ormai improduttiva e priva di investimenti, mentre quella media era favorevole al cambiamento, come in Danimarca o in Olanda.

Lo sviluppo del movimento cooperativo è considerato l’elemento decisivo del successo agricolo danese.

L’high farming non poteva applicarsi alle regioni mediterranee, dato che le foraggiere non sopportavano le siccità estive.

La ricerca aveva un basso tasso di appropriabilità (capacità di godere dei frutti delle invenzioni).

Gli Stati promossero enti specializzati nella ricerca; in Italia, soprattutto sotto il Governo Giolitti, si costituì una rete di cattedre ambulanti di agricoltura.

Il massimo sviluppo agricolo si ebbe nell’Europa nord occidentale, nell’Inghilterra e nella regione compresa tra il bacino parigino e la Prussia orientale, dove i due tipi di miglioramento esercitarono un’azione complementare.

Data l’influenza delle condizioni atmosferiche i prezzi agricoli fluttuano in modo più accentuato di quelli dei prodotti industriali. Ciò nonostante i prezzi agricoli mostrarono tendenze di lunga durata (si ricordino le Corn Laws).

L’allevamento si sviluppò alla fine in maniera indipendente dalla cerealicoltura.

Con la “Grande Depressione” del 1877-1896 tutti i prezzi dei prodotti agricoli calarono e lo sviluppo dell’allevamento fu l’aspetto positivo di tale grave crisi.

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