Demografia: dalle grandi crisi alla lenta ripresa

Andamenti globali

Il XVII secolo è un periodo di forte ristagno demografico per le forti crisi alimentari ed epidemiche. In età moderna la popolazione non poteva aumentare oltre certi livelli perché era il rapporto tra terra coltivabile ed esigenze alimentari degli uomini a determinare una barriera oltre la quale non era possibile andare. Per far fronte alle accresciute esigenze alimentari non si esitò a mettere a coltura le terre marginali, ma tutto finiva per mettere in pericolo l’effettiva capacità di sfamare la popolazione in crescita.

A partire dal 1590 l’Europa venne colpita da carestie. Una popolazione troppo spesso mal nutrita diventava terreno fertile per malattie sempre presenti a livello endemico. Nell’Europa centrale e nell’Italia centrale settentrionale si era aggiunto un ulteriore fattore negativo: la guerra.

Le differenze regionali

Secondo Michel Morineau questa fu solo la prima fase della crisi demografica, la seconda coincise con la guerra dei 30 anni e colpì l’Europa centrale. Negli anni 20 e 30 gli effetti della peste si sommarono a quelli della guerra. La terza fase fu concentrata soprattutto in Spagna. Tra il 1647 ed il 1656 in tutta la penisola iberica si registrò la scomparsa di oltre un milione di abitanti.

Non tutta l’Europa fu colpita in eguale misura, infatti solo la pianura padana, la penisola iberica e la Germania conobbero un vero e proprio regresso demografico, mentre in Inghilterra, nelle province unite e nell’Irlanda si limitò il trend di crescita.

Gli effetti sul tenore di vita, sui consumi e sui prezzi

Le conseguenze economiche del ristagno demografico provocarono un calo della domanda. Si trattò di un fenomeno rilevante perché collegato soprattutto al settore primario.

Il caso dell’Inghilterra è il più interessante, perché dimostra che, oltre ai fattori demografici, il prezzo delle derrate agricole è legato anche a fattori tecnologici ed organizzativi. Il vero crollo dei prezzi si ebbe nei primissimi anni del secolo XVIII e derivò dall’aumento della produttività nell’agricoltura inglese. Questo fenomeno generò un passaggio dall’agricoltura al pascolo.

Il ‘600 registrò la fine del processo secolare di crescita dei prezzi, avviando una fase di deflazione.

Se per braccianti e salariati si può parlare di miglioramenti, per quanto riguarda piccoli proprietari terrieri, affittuari e mezzadri si può parlare di sostanziali peggioramenti nelle condizioni di vita.

Nel ‘600 i mercati erano meno recettivi e con il crollo dei prezzi piccoli proprietari e coloni erano spesso costretti ad indebitarsi ed a vendere la proprietà o a trasformarsi in salariati. Tale processo andava tutto a vantaggio dei grandi proprietari terrieri.

In ambito urbano il calo dei prezzi dei prodotti agricoli favorì i ceti meno abbienti. Tale miglioramento fu sostenuto anche dalla tendenza alla crescita dei salari nominali, che spingeva ancora più in alto quelli reali.

L’agricoltura e la proprietà terriera: si accentuano le differenze

Tecnologie e nuove colture

In alcune regioni d’Europa i contadini continuavano a rappresentare per tutto il secolo anche il 90% della popolazione, in Europa il 70% era impiegato nel settore primario. Il prodotto agricolo più importante era senz’altro il grano.

Il XVII secolo non rappresentò, dal punto di vista tecnologico, un periodo di grandi progressi: vi è una carenza di opere e studi di agronomia rispetto al secolo precedente.

Nel ‘600 si registrò una ripresa dell’allevamento, della viticoltura (importante complemento per il reddito dei contadini) e della coltivazione delle piante industriali (soprattutto tessile).

L’allevamento e la produzione di cereali erano inversamente proporzionali: se aumentava la domanda di cereali, si aravano anche i pascoli e si allevava meno. Il bestiame era in ogni caso fonte di energia, carne e materie prime conciarie.

L’allevamento allora si sviluppò di pari passo con un’agricoltura fatta di rotazioni più efficienti e maggiori possibilità di concimazione dei terreni. Se la concimazione era insufficiente a causa della scarsezza di bestiame, la resa delle colture risentiva negativamente dell’arretratezza del sistema agrario. Dominava ancora la rotazione biennale, che alternava il frumento ed il maggese. Tra il ‘500 ed il ‘600 si sperimentò il sistema della rotazione triennale, se nella rotazione biennale si coltivava la metà del terreno, con quella triennale si seminava ogni anno su due terzi della terra disponibile e si ottenevano così effetti positivi anche sulla produttività.

Venne importato il mais dall’America che poteva garantire rese nettamente superiori a quelle del frumento e poteva proficuamente essere introdotto nella rotazione triennale, seminandolo tra il grano ed il maggese. Malauguratamente la pianta richiedeva particolari condizioni di terreno e clima, che finirono per contenerne la diffusione a poche zone.

Il primato della bachicoltura rimase all’Italia.

Il processo di concentrazione della terra in Occidente

Accanto alle terre ad uso collettivo, vi erano i campi di proprietà piena dei contadini e quelli del regime signorile.

I primi erano particolarmente diffusi in Inghilterra, nella Francia meridionale e nell’Europa Orientale. I contadini proprietari non erano necessariamente benestanti, anzi erano spesso minacciati dalle fluttuazioni del mercato.

La terra di stretta pertinenza del signore poteva essere lavorata dai coloni sottoposti a corvées, o poteva essere affittata secondo modelli più moderni come la locazione a canone fisso o la mezzadria. Nelle aree più avanzate, dove era prevalente il latifondo, tale sistema non poteva svilupparsi.

Il calo dei prezzi mise in difficoltà i piccoli proprietari a vantaggio dei grandi. In questo modo la proprietà terriera si concentrò ulteriormente in poche mani. Si consolidò un mercato fondiario che, in un regime feudale, non poteva esistere.

La rifeudalizzazione

L’Europa orientale era, da secoli, il “granaio” del continente. La bassa densità demografica permetteva di creare eccedenze che erano regolarmente esportate in Occidente.

A metà del XVII secolo, la Polonia, la Romania e la Russia avevano perciò ristabilito per legge la servitù della gleba e in molte regioni venivano rimessi in uso diritti feudali. Quest’ultimo aspetto si presentò anche in Occidente, soprattutto nel mezzogiorno italiano e in Europa meridionale. Questo movimento fu definito di “rifeudalizzazione”, ma rappresentò soltanto un peggioramento delle condizioni di vita dei contadini.

Città, manifatture, commerci e finanza: mutano le condizioni

Corporazioni e protoindustria

Le attività di trasformazione nel corso del XVII secolo portarono a qualche progresso tecnologico solo in particolari settori (chimica per la produzione della polvere da sparo, tintoria).

Esse continuavano ad essere svolte sia nelle città sia nelle campagne. L’industria domestica non era esclusiva delle campagne, bensì svolgeva un ruolo centrale anche nel contesto urbano.

Si affidavano ai contadini le operazioni che richiedevano molto lavoro e scarsa capacità, mentre agli artigiani le operazioni più delicate. A questi due sistemi si deve aggiungere la grande impresa accentrata (arsenali, altiforni).

Le corporazioni svolgevano ancora importanti compiti di controllo, esse sono state accusate di essere una delle cause principali del declino economico delle città italiane del XVII e XVIII secolo. Recenti studi hanno invece dimostrato che le corporazioni seppero rispondere in maniera flessibile alle sfide del mercato internazionale, rinnovando metodi di lavorazione e prodotti. Quando il mercato si ampliò, tra XIV e XV secolo, si impose la figura del mercante imprenditore che fu il protagonista fino alla rivoluzione industriale. Esso, che sovente era membro di una corporazione, non limitava la propria attività organizzativa all’interno della città ma ricercava i più bassi costi di produzione. Nacque così il putting-out system ossia quel sistema di produzione basato sul lavoro a domicilio, soprattutto nel settore tessile.

Con l’affermarsi di questo sistema e della protoindustria rurale le corporazioni non persero le loro funzioni economiche ed extraeconomiche. Nell’Italia padana molte arti, in particolare quelle rivolte ai mercati internazionali, si trasformarono in associazioni di mercanti imprenditori. Nei Paesi Bassi e in Inghilterra il declino derivò da un processo di modernizzazione.

Il caso francese è diverso; qui la produzione manifatturiera fu assoggettata ad un rigido controllo statale e le corporazioni divennero lo strumento privilegiato di intervento da parte delle attività pubbliche.

Le vicende sociali ed economiche del XVII secolo finirono per premiare l’Inghilterra, la Francia e i Paesi Bassi la cui produzione manifatturiera e agricola crebbero a scapito di quella italiana e spagnola.

L’attività manifatturiera era principalmente svolta nelle case dei contadini ma le attività di direzione, organizzazione, controllo e commercializzazione rimanevano concentrate in città.

Alla fine del secolo le città mediterranee avevano mantenuto i livelli di 100 anni prima mentre i Paesi Bassi e l’Inghilterra avevano conosciuto un incremento urbano di dimensioni straordinarie.

Mercati e commerci

L’ampliamento dei mercati determinò una profonda evoluzione nell’organizzazione dell’attività manifatturiera.

La colonizzazione del nuovo continente determinò l’arrivo in Europa di prodotti sconosciuti come il tabacco.

Le stesse rotte commerciali continuavano ad assicurare un consistente flusso di metalli preziosi.

La vera novità del XVII secolo fu la crescita vertiginosa delle rotte dall’Europa all’America. Le popolazioni europee emigrate iniziarono ad esprimere una domanda di manufatti del vecchio continente alle prese con un calo della domanda interna. Questi commerci divennero uno dei maggiori motivi di scontro tra tutti gli Stati colonizzatori.

Nel ‘600 la leadership venne assunta dall’Inghilterra che iniziava una lenta penetrazione anche nei commerci del Mediterraneo e dai Paesi Bassi che controllavano le rotte atlantiche.

La necessità di mettere a coltura gli immensi territori americani e la scarsità di popolazione indigena spinsero il commercio degli schiavi per le piantagioni di zucchero e cotone. Questi grandi traffici oceanici imponevano enormi sforzi economici; nei paesi iberici fu lo Stato stesso che si fece promotore, mentre in Inghilterra e in Olanda, l’iniziativa fu quasi esclusivamente privata anche se godeva di grandi agevolazioni da parte dello Stato.

Metalli americani e bancarotte spagnole: le difficoltà monetarie e finanziarie

Nel XVI secolo l’arrivo dei metalli americani provocò un’inflazione che venne chiamata “rivoluzione dei prezzi”.

La deflazione iniziò prima della metà del XVII secolo e ad essa contribuì anche il sensibile calo degli arrivi dei metalli preziosi dall’America.

La rarefazione dell’oro e dell’argento americano ebbe conseguenze in campo monetario e finanziario. Gran parte dei metalli americani giungeva in Spagna, in parte sotto forma di prelievo fiscale ed in gran parte sotto forma di merci di scambio, in quanto i coloni potevano commerciare solo con la madre patria. La Spagna non era in grado di far fronte alla domanda delle colonie, perciò l’oro e l’argento americani presero ben presto la via di Amsterdam, Firenze, Milano e Lione. Ad aggravare al situazione si era aggiunta la rivolta dei Paesi Bassi.

Nel 1609 l’80% delle entrate fiscali spagnole era già stato ipotecato. 10 anni dopo, Filippo IV, scoprì che tutte le tasse erano in mano a banchieri stranieri. In effetti periodicamente il re di Spagna era costretta a dichiarare bancarotta, che in realtà, era un modo per rinegoziare i tassi di interesse sui debiti.

L’Europa non asburgica beneficiò della grande liquidità proveniente dall’America e godette di tassi di interesse molto bassi: soprattutto in Olanda e Inghilterra ma anche in Francia e nella Serenissima i tassi tendevano al ribasso.

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