Convegno della Camera di Commercio – I distretti

I distretti

Introduzione

Lo scenario è quello della competizione tra i territori. Occorre dunque distinguere i flussi dell’economia europea e globale. Le imprese della nostra provincia sono impegnate nel sostenere un adeguato sforzo di rinnovamento: hanno piccole dimensioni e, per questo, incontrano difficoltà nel raggiungere economie di scala. Un passo concreto nella valorizzazione dello sviluppo locale è proprio la creazione del distretto agro-alimentare, su forte richiesta delle categorie economiche. Il compito dell’osservatore economico è quello di analizzare la situazione, all’interno della provincia, per fornire dati ai soggetti attuatori, pubblici o privati. Si individuano i campi di intervento e si verifica il percorso reale dello sviluppo, soprattutto per quel che riguarda la natalità e la mortalità delle imprese del nostro territorio (dati 2002-2003). Un esempio d’analisi ha riguardato lo studio della filiera olivicola: sono state individuate oltre 200 piccole e medie imprese in questo settore. Un problema rilevante è la mancanza di produzione nel distretto di Imperia. Un altro problema è il rischio di arrivare tardivamente al sistema dei distretti. Il sistema dei distretti dovrebbe permettere di sviluppare reti e sinergie che le imprese non potrebbero raggiungere singolarmente. Le leggi regionali di riferimento sono:

  • N° 42 del 2001 su “i distretti floro-vivaistici
  • N° 33 del 2002 su “i distretti industriali”.

Elementi di base sui distretti

I distretti sono una specialità di tipo locale e nazionale del nostro paese o corrispondono ad un modello riscontrabile anche all’estero? Senza dubbio esistono caratteristiche fortemente radicate in Italia. Lo sviluppo dei distretti, anche grazie alle nuove legislazioni, è uno dei fenomeni recenti, che tuttavia non possono essere considerati come riferimento meramente italiano. Si tratta di aziende operanti in un’area ben precisa: c’è una dimensione territoriale di imprese che, nel tempo, si sono radicate in determinate zone. Le imprese in questione sono prevalentemente di dimensioni ridotte. Ma anche banche e comuni possono essere considerate aziende del distretto, che collaborano con le imprese della zona. Anche se non necessariamente, spesso nascono imprese-guida. Il ciclo produttivo è distribuito su più fasi. Nel distretto esiste una storia di rapporti. Forte è anche la mortalità sociale. L’informazione e la conoscenza corrono a diversi livelli, per cui si parla di logistica integrata all’interno dell’area. Emergono, in sintesi, caratteri di sistematicità all’interno dell’area, che configurano veri e propri poli produttivi. Nel distretto esiste un aspetto statico ed un aspetto dinamico. Aspetto statico (tassonomia delle strutture):

  • Struttura all ring/know core: non esiste un’unità centrale che fa da guida, non esiste un cuore pulsante, bensì una pluralità di operatori. Il mercato crea l’equilibrio.
  • Struttura core-ring: relazioni asimmetriche: esiste un’impresa guida che organizza i rapporti

Dinamiche:

  • Distretto nella sua totalità
  • Delle singole organizzazioni nel distretto

Talvolta il distretto si muove tutto insieme, talvolta esistono imprese locomotive che attuano per prime le innovazioni. Il distretto è un modello di cambiamento e non di semplice adattamento, a voler significare che la realtà sistemica operante nel tempo si trasforma anche più velocemente delle imprese che operano all’interno di altre aree non sistemiche. Tendenze:

  • Diffusione di norme legislative di:
    • Definizione dei confini del distretto
    • sostegno
    • Convivenza: tendenza verso la gerarchizzazione e verso il pluralismo.

I distretti industriali e categorie generali d’inquadramento.

Definizione di distretto industriale.

Alfred Marshall segnala un’alternativa al modello industriale della grande impresa, riscontrato empiricamente: i vantaggi della larga scala possono essere raggiunti raggruppando piccole imprese. Caratteristiche del modello marshalliano sono:

  • Piccola dimensione delle singole imprese
  • Gran numerosità
  • Radicamento nel territorio

Nella chiave di lettura di Beccatini, il distretto è fortemente un luogo sociale: “è un’entità socio-territoriale caratterizzata da una compresenza attiva di più comunità di persone”. Questo permette e facilita la cooperazione tra le imprese. Nel 1991 si ha la prima legge che inquadra i distretti (decreto Guarino del ’93): si passa da una teorizzazione incentrata sulle radici del distretto, ad un approccio normativo e per questo anche quantitativo. In particolare il decreto lega i sistemi locali del lavoro ad elevata produzione manifatturiera. In particolare Guarino indica 5 elementi (> media nazionale):

  1. Indice d’industrializzazione manifatturiera
  2. Densità imprenditoriale
  3. Specializzazione produttiva
  4. Intensità della specializzazione
  5. Addetti delle piccole imprese: settore specializzato (realtà di piccole imprese)

Si passa da un’assenza di riferimenti chiari, a livello normativo, ad una serie puntuale d’indicatori quantitativi. La Legge 140/1999 (Bersani) flessibilizza la legge del ’91 e rimanda alla responsabilità delle regioni: l’intervento regionale, infatti, ha assunto sempre maggiore libertà. La legge mira anche ad incentivare i distretti industriali nel meridione.

Punti di forza tradizionali e nuove sfide.

La prima parte (statica) riguarda l’agglomerazione del distretto: le imprese contano su esternalità ed effetti sinergici:

  • Scomporre il processo produttivo in tante piccole fasi dove si sviluppano reti di forniture specializzate
  • Contare su un mercato del lavoro dalle elevate professionalità e specializzazioni
  • Favorire lo sviluppo di attività sussidiarie (intermediazione dei comuni e delle banche, macchinari etc.)

Le economie dinamiche riguardano le imprese che operano nel distretto grazie “all’atmosfera industriale”. Esse ottengono vantaggi legati a:

  • Elasticità e flessibilità
  • Diffusione dell’innovazione, con “knowledge spillover” e fattori emulativi (possibilità di apprendimento)
  • Mix di competizione e collaborazione
  • Riduzione dei costi di transazione:
    • Costi di negoziazione
    • Costi di attivazione
    • Costi per il controllo necessario per realizzare gli scambi
    • Si riduce l’incertezza degli scambi
    • Aumenta la frequenza degli scambi
    • Aumenta il grado di specificità delle risorse

I punti di forza tradizionali del distretto vengono messi in crisi da:

  • Internazionalizzazione nei mercati di fornitura (de-localizzazione e sradicamento)
  • Diffusione delle tecnologie informatiche (prive di barriere fisiche)
  • Crescente peso delle attività di servizio e non di produzione

Poiché i distretti hanno raggiunto il successo, la solidità acquisita in passato spesso impedisce di attualizzarsi, ovvero: sono “presuntuosi” e fanno fatica a mettersi in discussione. La logistica distrettuale è un’area dove queste sfide si rivelano a pieno, a causa dei tre ultimi punti citati.

Tipologie di distretti industriali.

Sono fondamentalmente 3:

  1. Distretto indotto (tipico): la grande impresa guida de-verticalizzata genera vere e proprie catene di fornitura ed il distretto la segue
  2. Distretto concorrenziale (classico): Prato è un distretto concorrenziale
  3. Distretto polverizzato: prodotti artigianali e tante piccolissime realtà, prive di imprese leader. La sub-fornitura è imprecisa e per questo è difficile l’esercizio del governo
    • I Distretti agro-alimentari rientrano nei distretti polverizzati ed hanno difficoltà:
      • Di fare rete.
      • Di sotto-cultura distrettuale

Il concetto di distretto va di moda e per questo si annacqua”. Ma quali sono i motivi di tale successo?

  1. La ricerca di identità: di fronte allo “spaesamento” della globalizzazione, si cercano di rafforzare almeno le radici antropologiche, (simili a quelle che originano i conflitti etnici)
  2. La ricerca di un nuovo localismo nella politica industriale: il distretto, da concetto economico-sociale antropico diventa uno strumento politico

La serie di relazioni economiche tra imprese crea un insieme di relazioni che tengono insieme l’identità culturale di un territorio. Poi la popolazione retro-agendo sul network, lo sviluppa.

Prato: archetipo distrettuale (dati Istat)

  • 8500 imprese tessili
  • 50.000 addetti nel tessile
  • 60% degli occupati dell’area lavorano nel tessile

La formazione del distretto:

A Prato l’industria tessile esiste fin dalla seconda metà del dodicesimo secolo, caratterizzate da:

  • Trasformazione degli stracci in fibre rigenerate
  • Export di tali fibre

Forme di processo produttivo:

  • modello fordista-taylorista:
    • Ciclo produttivo interno
    • Prodotti standard
    • Export
  • Modello delle piccole e medie imprese:
    • Specializzazione in alcune fasi
    • Piccoli lotti differenziati

Nel 1947 il sistema produttivo pratese entra in crisi, a causa di:

  • Adozione di misure anti-inflazionistiche
  • Macchinari distrutti dalla guerra
  • Contrazione della domanda

Le reazioni sono state:

  • Da parte delle piccole imprese:
    • Maggiore specializzazione
    • Diversificazione
    • Nuovi mercati di sbocco
  • Da parte degli impanatori (imprese senza macchinari):
    • Coordinamento ad altre imprese
    • Vendita prodotti finali
    • Organizzazione rapida e flessibile

La smobilitazione del dopoguerra:

  • Licenziamenti diffusi (nelle grandi imprese)
  • Formula sconto-lavoro per acquisti di macchinari per neo-lavoratori autonomi
  • Atteggiamenti diffusi di “self-help” (mezzadria)

Alla fine degli anni ’40, sorprendentemente, contro le teorie industrialistiche che avrebbero previsto la fine del distretto, nasce il vero e proprio Distretto e si hanno:

  • Riallocazione della forza lavoro
  • Numerose imprese specializzate e contigue
  • Unite da rapporti informali

Le istituzioni hanno avuto un ruolo mediante:

  • Catalizzazione degli interessi
  • Partecipazioni di tutte le categorie produttive
  • Disintegrazione dell’industria locale in un clima sindacale non conflittuale
  • Forte coesione sociale
  • Accentuazione delle forze istituzionali sui momenti creazione di valore rispetto a quelli di ripartizione

Prato è stato definito “Il miracolo economico distrettuale”: gli effetti della riorganizzazione hanno portato benefici ingenti, e lo dimostra l’aumento demografico del distretto. La tendenza alla crescita snella e la flessibilità produttiva sono state due tra le mosse vincenti. La “costellazione” o “rete” o “squadra d’imprese” riguarda sinergie collaborative, raggiunte tramite transazioni di fiducia ripetute nel tempo. Tipologie d’impresa presenti:

  • Imprese guida
  • Imprese terziarie
  • Imprese sussidiarie

Caratteristiche:

  • Medio-piccole dimensioni
  • Forte accentramento logistico
  • Relazioni stabili
  • Frazionamento dei rapporti con elevata numerosità delle imprese afferenti alla rete
  • Notevole commistione tra atteggiamenti collaborativi, competitivi e opportunistici
  • Senso d’appartenenza alla rete

Il distretto “è un girone di calcio che si trasforma in bolgia”: alcuni comportamenti sono condivisi, ma poi c’è chi vince e c’è chi viene retrocesso: è la competizione, sia tra costellazioni sia all’interno delle costellazioni stesse. La crisi di Prato degli anni ’90:

  • Domanda (consumi tessili si assestano, passaggio dalla lana al cotone)
  • Offerta estera a basso costo

Le risposte strategiche di fine anni ’90:

  • Offerta tessile:
    • Diversificazione
    • Differenziazione
  • Acquisto a basso costo di semilavorati da aree esterne a Prato
  • Specializzazione nella tintoria e nella rifinitura
  • Maggiore integrazione su fasi critiche per il recupero di:
    • Efficienza
    • Efficacia
    • Controllo di qualità

La crisi non si è ridotta sino ad oggi, allora si stanno attuando altre risposte:

  • Reintegrazione
  • Innalzamento della qualità
  • Re-interpretazione tecnologica del prodotto
  • Diversificazione in settori non tessili
  • Integrazione a valle nella confezione e nella distribuzione
  • De-localizzazione produttiva della filatura e della tessitura
  • Clonazione distrettuale (in Cina)

Il distretto agro-industriale di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno).

Come quello di Imperia è un distretto giovane. Negli ultimi dieci anni la popolazione della provincia è cresciuta in proporzione alla crescita del distretto (localizzandosi verso il mare: un’altra similitudine con Imperia). Qui si è partiti dalla tradizione agricola, diversamente da Prato (industriale), mediante la mezzadria. Consistenza del tessuto imprenditoriale della filiera agro-ittico-industriale: il distretto occupa un terzo del settore. Le vocazioni produttive sono 3:

  1. Produzione vinicola;
  2. Lavorazione e conservazione del pesce;
  3. Frutta e ortaggi.

L’export del distretto (dati del 2001) è di 16 milioni di Euro. L’interazione tra capitale umano, ricerca e formazione è fondamentale: esistono esempi d’interazione virtuosa con il territorio per lo sviluppo della conoscenza e la crescita del capitale umano in distrettuali: interazioni tra imprese ed università del distretto: esiste un master ad hoc nella gestione dei sistemi agro-alimentari per l’incentivazione del personale. I punti di forza sono:

  • Localizzazione geografica ottimale: favorevole collocazione infra-strutturale e logistica dell’Adriatico
  • Varietà delle produzioni (ittico, frutta, ortaggi etc.)
  • Integrazione turistica
  • Buona diffusione a macchia di leopardo delle “business idea”

I punti di debolezza sono (ricorrente nei distretti giovani, quindi simili ai problemi di Imperia):

  • Si deve lavorare sul senso d’appartenenza
  • Poco passaggio generazionale e poca innovazione
  • Scarsa imprenditorialità: poca cultura di impresa di rete
  • Difficoltà di reperimento di manodopera specializzata (tecnici agronomi)

Gli interventi per risolvere le debolezze possono essere:

  • Potenziare l’identità distrettuale
  • Sensibilizzare le economie di agglomerazione
  • Promuovere la cultura e la cooperazione
  • Creare un marchio d’area (brand)
  • Incentivare la formazione e lo sviluppo
  • Migliorare i servizi
  • Integrazione con l’industria del turismo e quella vitti-vinicola 

Considerazioni finali: Una considerazione importante che è emersa è che i distretti sono strettamente collegati alle Regioni. Secondo l’effettivo contributo che esse possono apportare, si può essere più o meno avvantaggiati: un intervento che mi ha colpito, infatti, denotava lo scarso contributo offerto, perfino sino a cogliere nel distretto “un nemico”. Questa “visione” deve portare, tuttavia, ad uno sforzo di “apertura mentale” riguardo ai distretti ed altresì d’integrazione con il task environment. La collaborazione espressa nei distretti, che si può configurare anche spontaneamente, può essere un punto d’inizio. Esistono, tuttavia, momenti di crisi anche nei distretti, perché si possono sviluppare condizioni ambientali ostative dell’evoluzione del distretto stesso; persino l’impresa guida può entrare in crisi. Se l’impresa guida entra in crisi, i guai si diffondono nell’intero distretto e nell’area, e sarà difficile recuperare i vantaggi acquisiti in passato. Ecco che entra in gioco il lavoro dei manager: essi dovranno far fronte alle condizioni avverse e rilanciare i prodotti e le qualità intrinseche della nostra produzione (Imperia), ma per fare questo occorrerà tempo ed una buona mentalità imprenditoriale anche da parte delle piccole imprese.

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