Strumenti contabili del controllo di gestione

Il controllo di gestione si avvale di adeguati strumenti contabili, cioè di un sistema informativo per il controllo economico-finanziario della gestione:

  • la COGE e il BILANCIO DI ESERCIZIO
  • la CONTABILITÀ ANALITICA (esiste se esistono centri di costo che effettuano una registrazione sistematica dei costi)
  • il BUDGET ed i COSTI STANDARD

Tutto confluisce nel documento o insieme di documenti di reporting, quali per esempio il master budget, che permettono la presa di decisioni.

N.B.: La programmazione dei costi (classificazione numero 4)

Dal punto di vista economico, uno dei più rilevanti problemi di costruzione del budget consiste nella programmazione dei costi. A seconda del modo con cui si programmano, essi si distinguono in:

  • Costi parametrici: elementi di costo per i quali si può determinare oggettivamente l’ammontare (rapporta input e output). Dipende dal volume di produzione. Più bassi sono meglio è. Lo scostamento è un indice di efficienza. Periodo di controllo breve. Per questi costi è estremamente rilevante analizzare gli scostamenti a consuntivo. Su questo sfasamento spesso si creano le efficienze o inefficienze.
  • Costi discrezionali: elementi di costo il cui ammontare non è vincolato a parametri tecnici, ma agli obiettivi che si vogliono raggiungere, senza un legame quantitativo preciso. Dipende dalla decisione della Direzione (dall’obiettivo prefissato). Lo scostamento indica solo che ho speso +/- di quanto ero autorizzato a fare, non è una misura di efficienza. Breve/medio periodo. Un esempio, per rendere la cosa meno astratta, è il costo di ricerca e sviluppo o, il tipico caso, la pubblicità. Non si possono fare ulteriori elucubrazioni sull’utilità o meno di tali costi: non diciamo che non siano programmabili, ma che, una volta programmati non sono più modificabili.
  • Costi vincolati: elementi di costo che sono conseguenza di impegni assunti in passato dall’azienda: tipico caso è l’ammortamento. Non significativo nel breve termine. Variazioni di costo dipendono da variazioni di struttura. Lungo periodo.

Sono 3 distinzioni fondamentali.

L’altra grande classificazione riguarda costi variabili e fissi e il conseguente calcolo del BEP, che va molto di moda.

La vera funzione delle analisi di B.E.P. (si coprono i costi e si ha reddito 0) non è tanto cercare il volume di pareggio, bensì:

  • VALUTARE IN ANTICIPO L’IMPATTO SUL PROFITTO DI QUESTE VARIABILI (o come manovrarle in vista di un certo profitto)
  • VOLUME
  • PREZZO DI VENDITA
  • CAPACITÀ E PROGRAMMI
  • EFFICIENZA INTERNA PREZZI DI ACQUISTO

Esistono anche prodotti che a livello di marketing sono convenienti, ma non lo sono a livello di BEP. Tutti i BEP hanno come equazione una retta il cui coefficiente angolare mette in evidenza la variabilità del costo variabile, mentre l’intercetta rappresenta sostanzialmente l’ammontare del costo fisso.

Il costo fisso non varia al variare della produzione. Normalmente lo si chiama “a” e l’equazione è “y = a”. Per i costi variabili, invece, più il coefficiente angolare è basso più il costo varia favorevolmente.

La retta dei costi totali è “y = a + bx”. Inserendo la retta dei ricavi, troveremo una retta che ad un certo punto interesecherà la retta dei costi fissi: “Px = y”. Il punto di incrocio è il punto in cui ricavi e costi si equivalgono ed è il punto di equilibrio. Nel sistema matematico è così:

y = a + bx

y = px

Il punto di equilibrio, detto Xp, è = a / (p – b), dove al denominatore abbiamo il margine di contribuzione unitario. Più è alto meglio è: significa che il prezzo è molto più alto di b, quindi il punto di equilibrio è vicino all’origine degli assi, quindi basta produrre poco per arrivare all’utile.

Il modello è criticabile, “visto che siamo in un corso evoluto di controllo, e la critica è la cosa fondamentale” dice il prof.

1) Funziona su base di rette e non di curve, anche se funzionerebbe anche mediante esse: si suppone la linearità delle curve di costo e di ricavo, mentre in realtà i costi tendono a diminuire all’aumentare degli acquisti dai fornitori, quindi diventerebbero iperboli etc.

2) La seconda ipotesi, parte dal presupposto che tutta la produzione sia venduta: non si accetta l’utilizzo delle rimanenze. Vale quasi solo per il just in time.

3) La terza ipotesi semplificatrice è la più drastica: il modello funziona se e solo se si tratta di un’impresa mono-prodotto. Non si possono sommare ananas e papaie. È comunque gestibile, ma diventa difficoltoso: si bypassa il problema forzando il modello, cercando anziché una quantità di pareggio un fatturato di pareggio per poi ripartire il fatturato in pareggio tra i diversi prodotti.

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