Il patrimonio ed il risultato economico

Il patrimonio ed il risultato economico di un’azienda trovano esplicitazione solo in parte nel patrimonio di bilancio. In bilancio è rappresentato il patrimonio soltanto esclusivamente attraverso l’unità di misura monetaria. Tangibile: macchinari etc.; intangibile: brevetti, marchi etc.: sono quantificabili in moneta. In bilancio non risultano, invece, le quantità non valutabili, all’interno del patrimonio aziendale complessivo. Questo fa sì che il gap tra il patrimonio di bilancio ed il patrimonio non evidenziato sia ampio. Un controller può analizzare soltanto il patrimonio di bilancio.

Spesso per arricchire il patrimonio delle conoscenze si hanno spese che vanno a discapito del patrimonio di bilancio. Il nostro sistema contabile è ancorato al sistema della prudenza, quindi gli elementi dell’attivo sono sottostimati, tendenzialmente il patrimonio reale dovrebbe esser superiore: questo fenomeno, invece, è colto dall’analista di bilancio. Il fabbisogno finanziario (rappresentato nel passivo patrimoniale) è:

  • durevole: tendenzialmente finanzia immobilizzazioni e giacenze = debiti a lungo e capitale proprio;
  • variabile: tendenzialmente finanzia attività liquidabili (Ld), liquidità (Li), Rimanenze (Rd) = debiti a breve.

Questo è il problema della sincronizzazione delle scadenze delle fonti e degli impieghi, altrimenti si instaurano in azienda circuiti disequilibranti. Bilancio d’esercizio (presentazione ed analisi) (slide non presenti nel materiale didattico):

  • il bilancio d’esercizio redatto secondo l’attuale normativa civilistica;
  • la riclassificazione;
  • le analisi per indici.

Il bilancio che analizziamo è quello redatto a norma dell’art. 2424 c.c., in base alle disposizioni che recepiscono il D.Lgs. 9/4/91 n. 127: non è il bilancio redatto ai fini IAS, né quello delle banche/assicurazioni, né quello delle imprese in liquidazione. Riassumendo STATO PATRIMONIALE:

Attivo:a)     crediti v/socib)    immobilizzazioni

c)     attivo circolante

d)    ratei e risconti

Passivo:a)     capitale nettob)    fondo rischi

c)     fondo tfr

d)    debiti

e)     ratei e risconti

Questo schema non permette di distinguere parte durevole e non: dobbiamo procedere ad una riclassificazione, cambiando i principi ordinatori dell’elenco di bilancio; esistono infatti infinite riclassificazioni, tante quante le finalità che ci prefiggiamo. Innanzitutto procederemo alla riclassificazione dello SP secondo criteri finanziari, cioè in base alle scadenze (per convenzione quelle entro l’anno solare sono considerate a breve termine). La lettura dello SP tende ad individuare le poste del capitale in base alla loro trasformabilità in denaro. Per gli investimenti:

  • criterio della destinazione => criterio della realizzabilità

Per i finanziamenti:

  • criterio della natura => criterio della durata (esigibilità)

Lo SP diventa:

Attivo/Impieghi/Investimenti1)     Immobilizzazioni2)     Attivo circolante

 

Capitale Investito

Passivo/Fonti/Finanziamenti1)     capitale netto2)     passività consolidate

3)     passività correnti

Capitale Acquisito

Le poste dell’attivo si distinguono in base alla durata. Nel passivo in base anche alla provenienza.

Stato patrimoniale a blocchi:

F = fixed asset = attività fisse N = capitale netto
D = rimanenze C = attivo circolante = a breve termine
L = disponibilità differite π = passivo consolidato
l = liquidità immediate P = passivo a breve

Apriamo una parentesi su Basilea 2, dal punto di vista dell’azienda: le banche concederanno credito in modo diverso a seconda dei risultati raggiunti o raggiungibili dalle aziende. Nell’accordo internazionale (vedi intermediari finanziari) esistono delle regole in base alle quali gli istituti di credito saranno obbligate a comportarsi diversamente a seconda della situazione dell’azienda a cui concedono credito. Dal punto di vista delle aziende, il discorso chiarifica che le banche non possono far altro che studiare la posizione in cui si trova l’azienda attraverso proprio lo SP a blocchi. A seconda di come vengono mostrati gli indicatori che rilevano da questo SP, si può o non si può ricevere del credito dalle banche.

Svolgiamo ora la prima analisi per indici. Struttura patrimoniale e finanziaria: analizza la struttura e la situazione. L’esempio è banale: studiando la Liguria, prima si studia la morfologia, confini, province, insenature etc. poi l’aspetto situazionale, cioè quello che mette in evidenza gli aspetti evolutivi, quali la popolazione, il tasso di anzianità, il reddito medio pro-capite, etc.

F + C = Attivo

= N + π + p = Passivo

K = totale attivo = totale passivo

Allora si divide tutto per K, ottenendo 5 indicatori che esprimono in forma relativa e non assoluta tali indici (non si può confrontare il reddito del fruttivendolo con quello della FIAT): equazione patrimoniale: F/K + C/K = N/K + π/K + p/K = 1 (100%)

Questo metodo analizza:

1)     caratteristiche di elasticità degli investimenti:

  1. il peso delle immobilizzazioni
  2. il peso dell’attivo circolante

In ogni caso: F/K + C/K = 1 (100%)

Un’azienda rigida è un’azienda che incontra più difficoltà in una riconversione.

Se F/K > C/K: rigidità: molte immobilizzazioni: 1.

Se F/K < C/K: flessibilità = rapporto 0. DOMINIO [0,1]

Non esiste un valore ottimale. Ogni azienda ha propria visibilità, anche se chiaramente in un contesto molto variabile la rigidità è vista come un difetto. Un’acciaieria è per sua natura più rigida di un’azienda di servizi.

2)     elasticità dei finanziamenti:

  1. capitale proprio
  2. passivo consolidato
  3. passivo corrente

L’azienda è tanto più in buona salute quanto più essa è capitalizzata, cioè il peso di N/K è maggiore: finanziamento con mezzi propri, che implica minori costi di interesse, etc. L’azienda ha ancora ampi margini per ricorrere al credito.

N/K + π/K + p/K = 1 (100%)

Fonti consolidate / capitale di terzi rispetto al capitale proprio

3)     solidità patrimoniale:

    • Relazioni intercorrenti tra il capitale proprio e il capitale sociale; in particolare: N/n (da –∞ a +∞)
    • Relazioni intercorrenti tra il capitale proprio e il capitale di debito; in particolare: N/K ≤ 1

Le riserve, a seconda di quali sono, rappresentano liquidità o meno, quindi il primo indicatore può anche essere costituito da riserve non di utili e non dimostrare liquidità. Se vi è una forte distribuzione di utili può salire molto e scendere molto. È fisiologicamente = 1 all’inizio della vita d’impresa. Aumento di capitale sociale fa variare molto fortemente l’indicatore. Insomma, bisogna valutare ogni singola situazione, non si può leggere l’indicatore in senso assoluto e va interpretato. Se il secondo indicatore fosse pari a 0 tutto il capitale sociale sarebbe capitale di debito quindi è indice di poca solidità, perché sarà difficile ottenere nuovo credito.

La struttura patrimoniale e finanziaria e la situazione finanziaria:

  • La struttura finanziaria concerne la composizione del capitale (attività e passività) e la correlazione che si instaura tra impieghi e fonti in un determinato momento (secondariamente).
  • La situazione finanziaria è riferita ad un periodo futuro e riguarda le relazioni che si instaurano tra impieghi e fonti in un determinato periodo.

La struttura patrimoniale e finanziaria e la situazione finanziaria:

  • La struttura patrimoniale riguarda la composizione soltanto del capitale e le armoniche relazioni che si instaurano tra il patrimonio netto e le altre componenti fondamentali del capitale.

Gli indicatori non sono sempre indici ma talvolta anche dei margini, cioè dei confronti tra poste aventi segno opposto:

Margini

Indice

Margine di struttura N – F Indice di copertura delle immobilizzazioni N/F
Margine di tesoreria (L + l) – p Indice di liquidità (L + l)/p
CCN (o margine di struttura secondario) C – p = (L + l + D) – p Indice di disponibilità C/p = (L + l + D)/p

Sono i 6 indicatori fondamentali della situazione aziendale. Se il CCN è negativo è indice di tensione dal punto di vista dal punto delle scadenze: ho acquistato delle immobilizzazioni utilizzando non solo fonti a lungo termine, quindi si potrebbe esser costretti a disinvestire parte di F. Se C = p si potrebbe pensare che la situazione sia stabile o solida o equa, ma bisogna comunque star attenti perché C è composto da rimanenze, crediti e liquidità, quindi non è detto che il credito riesca ad essere incassato immediatamente, idem per le rimanenze (anzi peggio perché bisogna trasformare le materie prime in prodotti, venderli, registrare il credito ed esser pagato). C dovrebbe quindi esser un po’ più grande di P, perché esistono elementi che per trasformarsi in liquidità hanno dei tempi tecnici. Gli analisti ricercano i valori ottimali degli indicatori (ma tali range sono spiegazioni che nascono da analisi empiriche):

  • l’indice di liquidità dovrebbe essere 1.
  • L’indice di disponibilità dovrebbe essere 2, perché contiene anche le rimanenze.
  • I due indicatori devono essere valutati contemporaneamente e consentono la formulazione di giudizi sulla situazione di liquidità dell’impresa.

Queste regole però sono un po’ assurde, perché non prevedono economie di just in time. L’importante è seguire gli indicatori nel complesso. L’indice di liquidità:

  • esprime il complesso di attività liquide che sono destinate a soddisfare impegni legati al passivo corrente.
  • La variabilità del quoziente (ottimale = 1) dipende da:
    • Liquidità del capitale investito (l + L)/K
    • Rigidità delle fonti di finanziamento K/p (infatti se li moltiplichiamo le “K” si semplificano)

Studiando l’indicatore di elasticità (C/K) troviamo il particolare indice di composizione dell’attivo, che esprime la forma liquida della “super-elasticità” degli investimenti, ossia il grado di liquidità del capitale investito, che si riflette sulle problematiche di “liquidità spicciola”. Indici di rotazione del capitale:

  • il principale indicatore esprime il tasso di rotazione degli investimenti, vale a dire il ricavo medio per unità di investimento, ossia il numero di volte in cui il capitale mediamente ruota, in un periodo considerato, per mezzo delle vendite.
  • La sua formazione è la seguente: R/K ossia la sommatoria dei prezzi moltiplicati per le quantità sul capitale investito, insomma Ricavi fratto capitale totale: S(p * q)/K: esprime un numero. Dà un’idea di “evoluzione”.

È un indice innovativo, in quanto non statico ma dinamico: dice intuitivamente quante volte il capitale investito si è ripresentato sotto forma di ricavi. È chiaro che più alto è meglio è. In altre parole se l’indicatore è = 5 significa che ho investito 1 e venduto 5. Mette in evidenzia il sovra/sottodimensionamento degli investimenti sui ricavi. Valgono le solite indicazioni: è chiaro che all’inizio della vita aziendale è fisiologicamente basso etc. Nel contesto economico attuale, caratterizzato da enormi turbolenze e necessità di innovazione, un’azienda con indici bassi incontra difficoltà di conversione.

Il criterio della omogeneità: non significa utilizzare stessa unità di misura, ma concetti gestionalmente omogenei. In altre parole, quando si costruisce un indicatore (possono costruirsene ex novo), bisogna sempre chiedersi se esiste omogeneità: non è detto che tutto K sia destinato a produrre ricavi o concretizzare il processo produttivo. Esempio: se mi compro la villetta a Portofino e la metto tra le immobilizzazioni per scaricarmela dalle tasse, chiaramente essa non contribuisce alla creazione di ricavi.

Se esistono partecipazioni nella voce dell’attivo, per un mero fine speculativo, questa parte di K non produce Ricavi prettamente operativi. Insomma: se R contiene soltanto il numero dei prodotti per le quantità vendute, allora bisogna scorporare dai ricavi le partecipazioni speculative. Questo per dire che più o meno ognuno può comunicare quel che vuole solo analizzando i dati se essi non vengono criticati.

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