I sistemi di amministrazione e di controllo nella S.r.l.

Premessa

La società a responsabilità limitata (S.r.l.) è stata introdotta per la prima volta nel codice del 1942 ed è stata quasi del tutto modellata sulla falsariga della società per azioni. Prima della riforma del diritto societario, entrata in vigore nel 2004, la disciplina della S.r.l. si caratterizzava per l’assenza di una norma generale di rinvio alla disciplina della S.p.A., sebbene quasi tutte le disposizioni specificamente destinate a disciplinarne la costituzione e il funzionamento contenessero richiami e rinvii a corrispondenti norme dettate in tema di società azionaria.

Ma questa tecnica legislativa ha generato frequenti problemi interpretativi, perché non sempre era facile intendere come il mancato specifico richiamo di questa o quella singola disposizione doveva essere inteso: come esplicita volontà del legislatore di introdurre proprio su quel punto una regola diversa ovvero applicazione analogica di norme in tema di società azionaria pur non espressamente richiamate?

Queste difficoltà sono state considerate dal legislatore della riforma e hanno trovato la soluzione già nel momento in cui si è trattato di dettare i criteri di delega contenuti nella Legge n.366/2001. Significativo è, in tal senso, il fatto che il primo dei principi generali enunciati al riguardo dall’art.3 co.1, lett.adella citata legge esprima, appunto, la necessità di “un autonomo e organico complesso di norme, anche suppletive, modellato sul principio della rilevanza centrale del socio e dei rapporti contrattuali tra i soci”. Espressione, questa, che da un lato evidenzia la volontà di configurare una disciplina a sé stante, evitando di fare della S.r.l. null’altro che una S.p.A. in formato ridotto e, dall’altro, individua la caratteristica saliente di questo tipo di società in un elemento prevalentemente personale.

Occorrerà comunque del tempo per verificare in quale misura, e con quale grado di profondità, le nuove disposizioni elaborate nel D.Lgs. 17/01/2003, n.6, in attuazione dei suindicati principi di delega, abbiano davvero dato alla S.r.l. una fisionomia sostanzialmente diversa da quella della società azionaria. Così come non può neanche trascurarsi il rischio che la nuova S.r.l. sia adoperata per l’esercizio di imprese di dimensioni non inferiori a quelle che si immaginerebbero tipiche della società per azioni e con il concorso di un numero rilevante di soci, finendo di fatto per operare come una società per azioni senza azioni e con meno regole.

L’amministrazione

Un chiaro e importante esempio di quanto osservato viene fornito proprio dalle nuove norme dettate dal D.Lgs. n.6/2003 in tema di amministrazione della S.r.l.

In materia, occorre immediatamente evidenziare come la legge delega sia stata, in effetti, particolarmente avara di indicazioni. La sola indicazione riferibile al sistema di amministrazione della società compare alla lett.e, co.2, dell’art.3.

L’amministrazione non è invero mai esplicitamente menzionata, ma l’indicazione secondo cui deve essere riconosciuta “ampia autonomia statutaria riguardo alle strutture organizzative, ai procedimenti decisionali della società e agli strumenti di tutela degli interessi dei soci, con particolare riferimento alle azioni di responsabilità”, è riferita certamente anche alla disciplina dell’amministrazione. Pertanto, l’assenza, in questo contesto, di altre e più specifiche disposizioni vale ulteriormente a sottolineare come il legislatore delegante abbia inteso lasciare qui la massima libertà, ovviamente non tanto al legislatore delegato quanto ai soci nell’esplicazione della loro autonomia negoziale.

La prima osservazione da fare è quella secondo cui, dalla lettura degli articoli del Capo VII che disciplina la “nuova” S.r.l., si evince che si potrebbe persino fare a meno di un organo amministrativo propriamente detto, con competenze e regole organizzative distinte da quelle che valgono per il formarsi della volontà dei soci, fermo restando soltanto l’obbligo di stabilire e pubblicizzare a chi competa la rappresentanza esterna dell’ente. Ciò, ovviamente, non deve essere interpretato in modo frettoloso e approssimativo nel senso che la nuova S.r.l. può non essere dotata di organo amministrativo (il che sarebbe impossibile), ma, invece, nel rispetto della semplificazione che caratterizza ormai tutta la disciplina della S.r.l., deve essere inteso nel senso che non è più obbligatorio affidare l’amministrazione della società a un organo pressoché autonomo, potendo invece essere in toto affidata a tutti i soci indistintamente.

Nomina, durata in carica, revoca e sostituzione

Gli amministratori, di regola, sono designati tra gli stessi soci, ma – come del resto era previsto anche nella corrispondente norma del codice del 1942 – il novellato art.2475, co.1, fa salva un’eventuale diversa disposizione dell’atto costitutivo: è possibile, cioè, che l’amministrazione sia affidata anche a non soci.

Un punto di grande novità consiste, però, nel fatto che l’atto costitutivo potrebbe non limitarsi a indicare il nome dei primi amministratori e il modo di nomina degli eventuali amministratori successivi, ma prevedere anche l’attribuzione a singoli soci di particolari diritti riguardanti l’amministrazione della società, oltre che la distribuzione degli utili (art.2468, co.3).

Si tenga altresì conto che l’espressione “diritti riguardanti l’amministrazione” è molto ampia e potrebbe implicare assai più che non la semplice designazione di poteri amministrativi al socio cui quei diritti siano stati attribuiti. La designazione degli amministratori deve avvenire per la prima volta nell’atto costitutivo (art.2463, co.2, n.8), e anche qui non vi sono novità di rilievo rispetto alla normativa pregressa.

Novità ve ne sono, invece, per quel che riguarda la nomina degli amministratori in corso di società. L’art.2487, co.2, precedente all’introduzione della legge delega n.366/2001 si limitava a richiamare le disposizioni dettate per le società azionarie (art.2383, co.1): ne risultava che la nomina degli amministratori fosse di competenza esclusiva dell’assemblea. Ora, il nuovo art.2475,co.1, stabilisce anch’esso che gli amministratori della S.r.l. sono nominati con decisione dei soci (in forma di deliberazione assembleare o con una delle altre possibili modalità consentite dal successivo art.2479), ma pur sempre facendo salva un’eventuale diversa disposizione dell’atto costitutivo. E, infatti, lo stesso art.2479 co.2, n.2 riserva alla competenza esclusiva dei soci la nomina degli amministratori “se prevista nell’atto costitutivo”.

Quest’ultima disposizione sembra comunque confermare la possibilità che l’atto costitutivo stabilisca modi diversi di nomina degli amministratori: vuoi sottraendo il relativo potere alla decisione maggioritaria dei soci ed eventualmente riservandolo a uno solo di essi, vuoi, al contrario, richiedendo in ogni caso l’unanimità di tutti i soci anche per la nomina degli amministratori successivi a quelli per la prima volta designati nell’atto costitutivo medesimo. Non c’è dubbio che nel regime di estremo favore per l’autonomia statutaria in materia di S.r.l., l’atto costitutivo possa anche lasciare indeterminato il numero dei futuri amministratori demandando di volta in volta alla decisione dei soci la relativa determinazione.

Quanto ai requisiti soggettivi degli amministratori, la libertà è massima. Infatti, non essendo più richiamate le disposizioni dell’art.2382, in tema di ineleggibilità e decadenza degli amministratori di S.p.A., nessuna specifica normativa risulta in proposito applicabile alla S.r.l., salvo che a ciò provveda l’atto costitutivo della singola società. La durata in carica degli amministratori – come già nel regime della normativa precedente – non soffre limitazioni legali. È dunque consentito determinarla liberamente e anche non determinarla affatto.

È venuta meno altresì ogni disciplina espressa della revoca, della cessazione e della sostituzione degli amministratori, come pure dei compensi a essi spettanti. Il tutto è, quindi, rimesso alle previsioni dell’atto costitutivo, in difetto delle quali sembra logico far ricorso non tanto alla disciplina della S.p.A., quanto piuttosto alle norme del codice in tema di mandato. Occorre peraltro segnalare che, se l’atto costitutivo abbia attribuito a un singolo socio il diritto ad amministrare la società, ai sensi dell’art.2468, co.3, tale diritto (salvo diversa disposizione dello stesso atto costitutivo) non può essere modificato senza il consenso di tutti i soci, compreso dunque l’interessato.

Perciò sembra, in tal caso, doversi negare la possibilità di revoca dell’amministratore, se non come riflesso dell’eventuale esclusione del socio per giusta causa, a norma dell’art.2473 bis, o come effetto di un provvedimento cautelare emesso dal giudice in presenza di gravi irregolarità di gestione, ai sensi del successivo art.2476, co.3.

I modelli di amministrazione pluripersonale: collegiale, disgiuntiva, congiuntiva.

Altre importanti novità riguardano l’organizzazione, il modo di funzionamento e le competenze dell’organo amministrativo. Sul punto è necessario rilevare come il tradizionale confine tra competenze degli amministratori e competenze dell’assemblea sia divenuto ora assai più evanescente rispetto a quanto non lo fosse nella disciplina previgente.

Restano attribuite agli amministratori, naturalmente, tutte quelle competenze che siano indicate da specifiche disposizioni (per esempio, in tema di redazione del progetto di bilancio, di fusione o di scissione, oppure in tema di convocazione dei soci e relazione sulla situazione patrimoniale in presenza di perdite superiori a 1/3 del capitale). Ma, a parte ciò, l’atto costitutivo è libero di riservare ai soci la competenza a decidere su qualsiasi materia, oltre a quelle che di volta in volta gli stessi amministratori vogliano loro demandare (art.2479, co.1).

Fatte salve, dunque, le materie che inderogabilmente debbono rimanere nella sfera esclusiva di competenza dei soci (art.2479, co.2), vi è un’ampia libertà di modulare i rapporti tra il potere decisionale diretto dei soci e quello gestorio degli amministratori.

Nelle società a ristretta base personale, considerata anche la maggiore libertà di forma nell’adozione delle deliberazioni dei soci e in quelle degli amministratori, queste risulteranno probabilmente quasi indistinguibili le une dalle altre.

Tra le grandi novità sul tema, meritano una particolare menzione le nuove regole concernenti lo svolgimento dell’amministrazione. In proposito, si rammenta come nel vigore della normativa previgente si discutesse se, in caso di amministrazione pluripersonale di S.r.l., fosse o meno indispensabile la formazione di un vero e proprio consiglio di amministrazione operante con metodo collegiale. Il mancato richiamo alla disposizione dettata dall’art.2383, co.2, in tema di collegialità dell’organo amministrativo della S.p.A., aveva indotto molti a ritenere possibili anche forme di amministrazione pluripersonale diverse da quella propriamente collegiale. Ma altri, e con essi la giurisprudenza prevalente, preferiva la soluzione opposta, cioè quella della collegialità.

L’accentuazione del carattere personale della S.r.l., unitamente al maggior spazio riconosciuto all’autonomia statutaria, ha consentito espressamente in tali società anche forme di amministrazione pluripersonale, più simili a quelle tipiche delle società di persone. Infatti, il co.3 del novellato art.2475 prevede esplicitamente che, quando l’amministrazione venga affidata a più persone, la collegialità sia la regola, ma che a detta regola l’atto costitutivo possa derogare prevedendo sia forme di amministrazione pluripersonale congiunta (ma non collegiale), sia forme di amministrazione pluripersonale disgiunta.

Solo per alcune tassative deliberazioni – cioè quelle concernenti la redazione dei progetti di bilancio, di fusione o di scissione, o quelle di aumento del capitale sociale che l’atto costitutivo abbia attribuito alla loro competenza – gli amministratori sono di regola obbligati a operare con sistema maggioritario. L’ultimo comma dell’articolo in esame parla infatti espressamente al riguardo di deliberazioni “che sono in ogni caso di competenza del consiglio di amministrazione”; ma sembra ovvio che ciò sia destinato a valere solo in caso di amministrazione pluripersonale. A parte quest’ultimo aspetto, si delineano perciò tre possibili modelli di amministrazione pluripersonale.

Il modello collegiale

Il modello base resta quello tradizionale di tipo collegiale.

La soppressione di tutti i rinvii alla S.p.A., con cui nell’originario testo del codice era costruita la disciplina dell’organo amministrativo collegiale della S.r.l., fa sì ora, però, che il funzionamento di tale organo si trovi a essere assai poco regolamentato. È disposto solo che l’atto costitutivo possa prevedere anche deliberazioni adottate con metodo cosiddetto “referendario”: ossia “mediante consultazione scritta o sulla base del consenso espresso per iscritto”, nel qual caso “dai documenti sottoscritti dagli amministratori devono risultare con chiarezza l’argomento oggetto della decisione e il consenso alla stessa”.

Null’altro è prescritto in ordine ai tempi e ai modi della convocazione, delle riunioni e delle deliberazioni del consiglio, alle eventuali deleghe di funzioni a singoli amministratori e al loro rapporto con l’organo collegiale, né, soprattutto, in ordine alla disciplina delle eventuali invalidità di tali deliberazioni e delle conseguenti impugnative (a differenza di quel che ora accade per le società azionarie: si veda il nuovo testo dell’art.2388 c.c.), salvo che per quel che riguarda le deliberazioni viziate da conflitto di interessi.

Il modello dell’amministrazione disgiuntiva

All’opposto si colloca il modello dell’amministrazione pluripersonale disgiuntiva che, in virtù del richiamo all’art.2257 c.c., offre a ciascun amministratore la possibilità di compiere autonomamente qualsiasi operazione che riguardi la società, salvo il diritto degli altri amministratori di opporsi prima che l’operazione sia compiuta. Non sembra che, in difetto di una specifica disposizione dell’atto costitutivo che lo imponga, l’amministratore investito di poteri disgiunti sia tenuto a informare gli altri prima di agire. In ogni caso, stante la previsione dell’art.2475 bis, che attribuisce agli amministratori la rappresentanza generale della società ed esclude l’opponibilità di qualsiasi limitazione statutaria ai terzi di buona fede, il fatto che un’operazione implicante rapporti con terzi sia stata eventualmente compiuta all’insaputa degli altri amministratori, eludendo così il loro potere di opposizione, non ne inficia la validità, salvo che si provi il concorso intenzionale del terzo in danno della società. Lo stesso vale in caso di operazione compiuta dal singolo amministratore nonostante la già manifestata opposizione di altri. In questi casi resta, naturalmente, la possibilità di esperire azione di responsabilità.

Se l’opposizione dell’altro amministratore è tempestivamente ed efficacemente proposta, si rischia però uno stallo decisionale, la cui risoluzione dovrà essere rimessa alla decisione dei soci, in conformità con quanto prevede l’ultimo comma del richiamato art.2257.

È ovvio che tale decisione sarà presa nelle forme previste dall’art.2479 c.c.

Il modello dell’amministrazione congiuntiva

A metà tra i modelli di amministrazione sopra illustrati, si colloca quello dell’amministrazione pluripersonale congiuntiva, mutuata dalla previsione dell’art.2558 in tema di società di persone, caratterizzata dal fatto che al singolo amministratore è sempre vietato compiere da solo qualsiasi atto, salvo che ricorrano ragioni di urgenza e si tratti di evitare un danno alla società.

Ferma questa regola, peraltro, la disciplina dell’amministrazione congiuntiva delle società di persone contempla due possibili soluzioni diverse. Alla configurazione normale, in cui le decisioni debbono necessariamente essere prese all’unanimità, l’atto costitutivo può infatti derogare consentendo espressamente, in generale o solo per determinati atti, decisioni assunte a maggioranza. Non v’è motivo per escludere che, nel nuovo regime, l’atto costitutivo di una S.r.l. possa optare anche per una simile soluzione, che finirebbe di fatto per realizzare una variante ulteriormente semplificata del sistema di amministrazione collegiale.

Il conflitto di interessi

Un cenno a sé merita la disciplina del conflitto di interessi tra amministratori e società, non fosse altro perché è il solo tra i molti possibili profili patologici del funzionamento amministrativo che il legislatore ha preso specificamente in considerazione (si noti, peraltro, che non è più espressamente riprodotto per gli amministratori di S.r.l. il divieto di concorrenza imposto invece agli amministratori di S.p.A. dall’art.2390 c.c.

Secondo alcuni, comunque, detto divieto trova in ogni caso applicazione nei confronti della S.r.l., seppur in mancanza di una espressa disposizione di legge).

In questo caso il legislatore ha scelto di abbandonare la tecnica del rinvio a norme già dettate in tema di società per azioni, e ha introdotto l’art.2475 ter, che nettamente si differenzia dal corrispondente nuovo art.2391.

Quest’ultimo, infatti, disciplina gli obblighi di informazione e di astensione, facenti capo agli amministratori di S.p.A., i quali abbiano un proprio interesse (che potrebbe anche non essere confliggente) in operazioni della società; prevede i casi in cui la violazione dei relativi obblighi gravanti sul singolo amministratore determina l’invalidità delle deliberazioni dell’organo collegiale; infine, dispone in tema di responsabilità. Non si occupa della validità degli atti negoziali stipulati con i terzi dall’amministratore in conflitto di interessi; e tale silenzio si giustifica col rilievo che, secondo un orientamento ormai ben consolidato, questo aspetto del problema già trova soluzione nell’art.1394 c.c., che disciplina in termini generali la validità dei contratti stipulati dal rappresentante in situazione di conflitto di interesse col rappresentato e stabilisce che tali contratti sono annullabili, su domanda del medesimo rappresentato, se il conflitto era conosciuto o conoscibile al terzo.

Contrariamente a tale tecnica legislativa, invece, l’art.2475 ter, in tema di conflitto di interessi di amministratori di S.r.l., prende le mosse proprio dalla validità esterna dei contratti stipulati dall’amministratore in conflitto, e lo fa dettando una disposizione (co.1) che sostanzialmente riproduce la disciplina generale dell’art.1394.

Il co.2 del medesimo articolo si limita, poi, a prevedere l’impugnabilità entro tre mesi delle deliberazioni adottate dal consiglio di amministrazione con il voto determinante dell’amministratore in conflitto di interessi con la società “qualora le cagionino un danno patrimoniale” (fatti salvi i diritti dei terzi di buona fede). La norma, che sembra applicabile solo in caso di amministrazione collegiale, non si discosta molto dalla corrispondente disposizione in tema di società azionaria, ma, mentre nell’art.2391 si parla di deliberazioni che “possano arrecare danno alla società”, nell’art.2475 si fa riferimento a deliberazioni che “cagionino (alla società) un danno patrimoniale”.

Questa diversa formulazione non deve indurre, però, a sostenere che l’annullamento delle deliberazioni consiliari viziate da conflitto di interessi sia consentito, nelle S.r.l., solo nel caso in cui tali deliberazioni abbiano già in concreto manifestato effetti negativi sul patrimonio della società. Se così fosse, verrebbe meno una delle principali funzioni dell’impugnazione dell’atto viziato, che risiede appunto nell’esigenza di eliminarlo per evitare danni futuri. Mal si comprenderebbe, inoltre, il diverso regime rispetto all’impugnazione delle deliberazioni assembleari (o decisioni dei soci) parimenti viziate da conflitto di interesse di un socio che abbia espresso voto determinante: deliberazioni che, nell’ambito stesso della S.r.l., l’art.2479 ter, co.2, dichiara impugnabili (non se abbiano già cagionato un danno patrimoniale, bensì) “qualora possano recare danno alla società”.

Il sistema dei controlli endosocietari: sindaci e revisori

Anche in materia di controlli endosocietari l’art.3 della legge delega n.366/2001, riguardante specificamente la S.r.l., è piuttosto avaro di indicazioni: solo la lett.h del co.2 prescrive che debbano essere stabiliti limiti oltre i quali è obbligatorio un controllo legale dei conti.

Il legislatore delegato, nel dettare il nuovo art.2477 c.c., lo ha intitolato “Controllo legale dei conti” (a differenza del corrispondente art.2488 del codice originario, che aveva per titolo “Collegio sindacale”), e anche l’art.2463, co.2, n.8, nel prescrivere le indicazioni che vanno inserite nell’atto costitutivo della S.r.l., fa riferimento unicamente agli “eventuali soggetti incaricati del controllo contabile”. Sul punto potrebbe però desumersi che, in effetti, la norma non voglia limitarsi al controllo contabile in senso stretto, potendo abbracciare, invece, ogni forma di possibile controllo affidato a un organo sindacale o a un revisore contabile.

Preliminarmente, è opportuno sottolineare come la particolare rilevanza riconosciuta alla posizione personale dei soci nella S.r.l. abbia indotto il legislatore della riforma ad ampliare il diritto di ispezione spettante individualmente a ciascun socio non amministratore: diritto, ora, non più legato alla mancata istituzione dell’organo sindacale e consistente nel poter pretendere in ogni tempo dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e nel poter consultare, anche tramite professionisti di propria fiducia, non più solo i libri sociali obbligatori, ma indistintamente tutti i libri sociali e tutti i documenti dell’amministrazione (art.2476, co.2).

Ciò ha peraltro comportato la soppressione del diritto alla revisione annuale della gestione che il precedente art.2489 c.c. attribuiva alla minoranza qualificata costituita da soci titolari di almeno 1/3 del capitale sociale.

Il collegio sindacale

L’obbligatorietà della nomina del collegio sindacale resta collegata al superamento del limite di capitale minino previsto per la S.p.A. e ai parametri quantitativi indicati dall’art.2435 bis per la redazione del bilancio in forma abbreviata, quando tali parametri siano superati per almeno 2 anni consecutivi. Così, infatti, dispone il nuovo art.2477, dopo aver premesso che l’atto costitutivo può prevedere, determinandone competenze e poteri, la nomina del collegio sindacale o di un revisore.

Resta comunque il fatto che, a parte la correttezza terminologica nell’uso dell’una o dell’altra denominazione, nelle società che non superano i limiti dimensionali sopra ricordati, sarà l’atto costitutivo a determinare competenze e poteri del collegio sindacale o del revisore, con il solo vincolo, derivante dall’ottava direttiva comunitaria, di non poter affidare compiti di controllo contabile a chi non sia iscritto nel registro dei revisori tenuto dal Ministero di giustizia.

Nel caso, invece, di S.r.l. che superino detti limiti dimensionali, la libertà statutaria viene in parte meno, giacché il co.2 e 3 dell’articolo in esame rendono obbligatoria la nomina di un collegio sindacale, e l’ultimo comma precisa che in tali ipotesi si applicano le disposizioni in tema di società per azioni.

Il riferimento al solo collegio sindacale parrebbe dunque escludere che, in questi casi, si possa optare per la nomina di un semplice revisore dei conti. E il richiamo alle disposizioni in tema di società per azioni sembrerebbe implicare che al collegio sindacale debbano esser affidati tanto compiti di controllo sull’amministrazione quanto funzioni di controllo contabile. Infatti, il co.3 dell’art.2409 bis, in tema di società per azioni, stabilisce appunto che, nelle società le quali non facciano ricorso al mercato del capitale di rischio e non siano tenute a redigere il bilancio consolidato, il controllo contabile può essere esercitato direttamente dal collegio sindacale (come da sempre avviene nelle società non quotate), salvo che, in tal caso, tutti i sindaci debbono esser iscritti nel già citato registro dei revisori.

Alla luce di quanto appena affermato, però, non bisogna trascurare che nelle ipotesi di una S.r.l. di grandi dimensioni, fermo restando l’obbligo di nomina del collegio sindacale, l’atto costitutivo possa prevedere la separazione del controllo di amministrazione dal controllo contabile e l’affidamento di quest’ultimo a un revisore (o a una società di revisione), come è consentito – e in certi casi prescritto – per le società azionarie.

È comunque fondato ritenere che il richiamo alla disciplina del collegio sindacale nelle società azionarie implichi un’ulteriore conseguenza, questa volta operante sul piano delle norme inderogabili. Infatti, al proposito occorre considerare che la possibilità di non separare controllo di gestione e controllo contabile, e la facoltà di affidare quest’ultimo agli stessi sindaci che esercitano l’altro tipo di controllo, vengono meno quando la società per azioni (benché non aperta al mercato dei capitali di rischio) sia tenuta all’obbligo del bilancio consolidato. Anche una S.r.l., però, può trovarsi posta a capo di un gruppo o essere, comunque, tenuta alla redazione del bilancio consolidato: nel qual caso, si ritiene che anche nei confronti di questa S.r.l. debbano applicarsi le disposizioni in tema di società per azioni (art.2409 bis e seguenti), che ora inderogabilmente impongono la separazione del controllo di gestione dal controllo contabile e la nomina di un revisore accanto (e non più eventualmente in luogo) al collegio sindacale.

Quanto alle modalità di nomina, ai requisiti soggettivi e ai compiti dei sindaci (o degli eventuali revisori contabili), se la S.r.l. non ha dimensioni superiori a quelle enunciate nei citati commi secondo e terzo dell’art.2477, sarà ancora una volta l’autonomia statutaria a stabilire gli elementi essenziali (salvo le particolari norme che a determinati effetti prescrivono l’intervento dell’organo di controllo, se esistente). In caso contrario, si applicheranno le corrispondenti norme dettate per la S.p.A.

Con specifico riguardo alla funzione dei revisori, si segnala come l’ultimo comma dell’art.2479 ter espressamente renda applicabile alla S.r.l. anche la disposizione dettata per le società azionarie dall’art.2434 bis, il cui co.2, limita la legittimazione dei soci a impugnare le deliberazioni di approvazione del bilancio stabilendo che, qualora il bilancio sia stato preventivamente approvato senza rilievi dal revisore, l’impugnazione possa essere proposta solo da tanti soci che rappresentino almeno il cinque per cento del capitale sociale.

Il controllo giudiziario

Il controllo giudiziario sulla regolarità dell’amministrazione (ex art.2409 c.c.) delle S.r.l. è stato del tutto soppresso, ed è questa certamente una delle novità più rilevanti della nuova disciplina.

La giustificazione logica di tale scelta si ricollega alla contemporanea attribuzione a ciascun socio della legittimazione all’esercizio dell’azione sociale di responsabilità e alla contestuale previsione del novellato art.2476, co.3, per cui ciascun socio può altresì chiedere, in caso di gravi irregolarità nella gestione della società, che sia adottato provvedimento cautelare di revoca degli amministratori medesimi (nel qual caso il giudice può subordinare il provvedimento alla prestazione di apposita cauzione).

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